mercoledì 30 maggio 2012

Gran finale

Per il contest "A hard day's night" di #Artescritta (Deviantart)

Oggi mi avevano fissato la riunione nell'ufficio del personale. Dopo tre anni di palate di merda ingoiate e di matasse sbrogliate con una retribuzione al minimo sindacale, da quelle facce di merda non mi aspettavo altro che la proposta per un nuovo contratto più vantaggioso. E invece me ne tornai a casa disoccupato a metà giornata, trovando la mia fidanzata intenta in un selvaggio rodeo sul cazzo di uno sconosciuto.
Ci sono cose che mandano fuori di testa anche il più pacato e questo era materiale capace di farmi diventare uno stronzo di prim'ordine. Non le dissi una sola parola, ne cercai di ascoltare alcuna delle sue. Le indicai la porta e basta. Si prese qualche straccio dall'armadio, qualche cosa dal bagno e se ne uscì. Poi mi lasciai cascare sul divanetto reclinabile, riavvolgendo il nastro della mia vita e mettendo a fuoco vari momenti per capire cosa dovevo aver fatto di male per meritarmi una giornata simile. Niente di niente, ma oggi c'era stato un bel vaffanculo al futuro che mi ero previsto solo quella mattina. Si ripartiva da zero.
Non so come ci riuscii, ma tra tutti quei pensieri mi appisolai. Un sonno leggero, disturbato da sogni fastidiosi; ricordo che in uno di questi c'era anche lei che faceva giochi sadomaso con Lenin. E sì che ero a digiuno dalla mattina. Ma come quel pensiero si fece strada nella mia testa, cominciai a sentire la fame. Aprii gli occhi e il cellulare mi disse che erano quasi le ventidue; oltre che avevo una decina di chiamate perse, qualche messaggio in segreteria e diversi SMS non letti. Lui poteva rimanere così fino a domani; io no.
Andai al frigo e presi dell'affettato, poi svuotai la dispensa di tutto il cibo spazzatura che trovavo. Tra merendine, patatine, un sacchetto di popcorn e un vasetto di peperoncini tondi ripieni al tonno, feci una cena schifosamente buona.
Poi tornai sul mio divanetto reclinabile, fissando il soffitto dell'appartamento con in mano la cosa più distante possibile da un hollywoodiano bicchiere di whisky; un succo di frutta alla pera in tetrapak con tanto di cannuccia pieghevole bianca a righine rosse.
Mi immaginai in quel momento. Ero patetico, e proprio in quel momento avvenne l'illuminazione: chiudere in bellezza. Dato che erano andati a farsi fottere tutti i progetti della mia vita e da domani avrei cambiato tutto, tanto valeva approfittare dell'ultima notte brava. Sarei andato alla ricerca della musica ad alto volume e delle ragazze in abiti succinti sballate d'ecstasy, per poi risvegliarmi la mattina successiva in una pozza del mio stesso vomito con uno sciame di spine danzanti nella testa. Sentivo di aver bisogno di un simile sfogo, l'avrei presa come il motivo per il quale mi era successo tutto quanto. Una scusa perfetta.
Il problema di fondo era che se avessi voluto entrare in una discoteca, mi sarebbe stata obbligatoria una buona dose d'alcool per reggere quella merda che pompava a tutto volume fuori dalle casse; ma a me l'alcool faceva schifo. Le uniche cose che ero capace di bere quando andavo fuori erano: cosmopolitan, grasshopper, baylies. Roba dolce dicevo io; roba da checche scherzavano i miei amici. Poco importava, quelli potevo mandarli giù e me ne sarebbe servito qualcuno prima di raggiungere la discoteca.
Mi misi in ghingheri, presi le chiavi dell'auto e scesi al bar sotto casa per farmi un buon drink prima di mettermi a guidare. La discoteca era davvero poco distante, potevo permettermelo. In fondo non me ne fregava niente. Non quella sera.
Tirai giù di un fiato un baylies e un cosmopolitan; il tempo di raggiungere l'auto e arrivare in discoteca che cominciarono a fare effetto. Sentivo la testa leggera e l'umore era già migliorato. Superai l'ingresso senza problemi e mi apprestai a pagare l'ingresso con un sorriso idiota stampato sul volto. Poi entrai nella sala da ballo e la musica mi investì come un'esplosione.
Luce soffusa, una leggera nebbia di ghiaccio secco e glicerina, raggi di luci colorate che correvano in ogni dove e, nel mezzo del salone, una bolgia umana saltellante al ritmo di quello schifo. Decine di poltroncine circondavano la pista da ballo rialzata e ai vertici del poligono ‒ sui cubi ‒ una sconcertante quantità di “a malapena maggiorenni” si dimenavano come se fosse il loro ultimo giorno di vita. Non volevo bere altro e mi diressi subito verso la pista tenendo il ritmo agitando la testa. Non avevo mai ballato in vita mia, ma là in mezzo non serviva alcuna esperienza. Era arrivato il momento di fare il cretino.

Era passato del tempo, anche se non avevo un'idea precisa di quanto, da quando mi fiondai nel casino più totale. So solo che i timpani non riuscivano a sentire altro che quel rumore ritmico e avevo ancora abbastanza alcool in corpo per reggere quell'affronto alla musica. Ad un tratto vidi una ragazza. Sembrava spiccare in mezzo a quei corpi agitati probabilmente per un solo motivo: mi stava fissando. Ricambiai lo sguardo con un sorriso e mi girai nella sua direzione. In risposta lei cominciò ad avvicinarmisi ed io notai come quegli occhi fossero strani, sembrava trasognata. Mi arrivò a contatto e mi resi conto che non stava vedendo me, ma sembrava che stesse fissando qualcosa oltre a me e dentro di me allo stesso tempo. Aveva un bicchiere in mano, vuoto, e mi si avvicinò all'orecchio. Mi aspettavo che dicesse qualcosa, invece ricevetti una leccatina sul collo e un dolce morsetto sul lobo. Ebbi un brivido. Poi tornò davanti ai miei occhi, fissandomi, ma senza vedermi. Si avvicinò di nuovo per cominciare una lotta libera tra lingue. Pensai che forse quella sarebbe stata la mia notte fortunata, poi lei mi infilò la mano libera nei pantaloni. Potevo togliere il forse.
Non avevo alcuna intenzione di aspettare, ne di pensare al perché. Volevo solo difendere la piega “fortunata” che aveva preso la giornata. Le gridai all'orecchio che potevamo andare a casa mia e lei esplose in un urlo di felicità abbracciandomi forte, da farmi male. Non mi mollò nemmeno quando facemmo timbrare i biglietti all'uscita.
Riuscii a scollarmela di dosso solo quando la convinsi a salire in auto. Le aprii la portiera e si accomodò guardandosi attorno entusiasta.
Partimmo verso casa, ma lei sembrava già arrivata. Nonostante distavo solo pochi minuti dal mio appartamento, lei si stava già scaldando. Partì con lo stimolarsi i capezzoli con le mani, lanciando qualche mugugno di piacere ogni tanto e mordicchiandosi le labbra nel mentre; poi allungò una mano tra le mie gambe cominciando ad accarezzarmelo. Si girò verso di me e io la guardai. Di nuovo gli occhi erano rivolti verso di me anche se lei sembrava vedere dentro di me e oltre; mi sorrise innocente. In quel momento, qualche parte del mio cervello cercò di gridare che le cose stridevano, ma continuò ad essere pestato dall'alcool e io non lo volevo sentire. Avevo una giornata di merda da scaricare.

Arrivammo al mio appartamento. Le aprii la porta e la feci accomodare. Come mi girai per chiudere la porta, lei mi saltò a cavallo sulla schiena e cominciò a leccarmi il collo. A fatica chiusi a chiave la porta e, mentre mi stava infradiciando il colletto di saliva, sembrava che grugnisse qualcosa come “letto, ora, letto, ora”. Per reggerla le infilai le mani sotto al sedere, palpandola platealmente. Lei esalò un gemito di piacere, per poi agitarsi e sentire le mie mani che si strusciavano sotto di lei. La portai nella camera da letto, dove lei mi liberò la schiena e si lanciò sul lettone. Le lenzuola erano ancora quelle dell'adulterio, ma non me ne fregava niente. Anzi, sembrava una piccola rivincita.
Si denudò ad una velocità pazzesca. Fece volare via le scarpe e il vestito in un attimo, al punto che io non ero ancora riuscito a togliermi i pantaloni nel frattempo. Mi sedetti sul letto per togliermi camicia e calzini. Una mia fissa: non ce la farei mai a rimanere con i calzini, nemmeno da ubriaco. Lei si piazzò dietro di me e cominciò a massaggiarmi le spalle ansimando “dai, dai, dai”. Sembrava che stesse facendo tutto da sola.
Come accennai a volermi togliere la camicia, lei passò a stuzzicarmi i capelli con le mani, mentre con la lingua tornò a lavorarmi i lobi delle orecchie. La camicia volò ai bordi della stanza e io mi girai per cominciare a darci sotto in due, nonostante lei avesse accumulato un discreto vantaggio.
Sembrò inarrestabile e io stesso mi meravigliai della mia prestazione. Forse fu lo stress da incazzatura da smaltire, ma feci un record di durata. Raggiunsi la quarta base per tre volte in un solo inning. Memorabile.
Poi crollai al sonno, sorridente, come un vero idiota. Magari mi sarei potuto prendere ancora qualche giorno prima di cambiare vita.

Uno squillo, forte. Non so se fosse il primo, ma mi svegliò. Erano appena passate le tre di notte e mi chiesi chi potesse rompere i coglioni a quell'ora.
Mi girai e lei era in piedi, mi guardava con degli occhi spalancati dal terrore. Aveva dipinto in faccia lo smarrimento più puro e la cosa spaventò anche me, perché lei non aveva la minima idea di quello che aveva fatto e di quello che stava per fare. Non fu certo il cellulare nella sinistra che mi terrorizzò, ma fu la destra ‒ che mi puntava contro un piccolo revolver da borsetta ‒ che mi sciolse l'intestino al punto che per poco non trasformai le lenzuola da: palco di un doppio adulterio, a: possibili reduci di un porno scatologico.
Non bastava una giornata dura, pure un finale di merda per la nottata.

lunedì 30 aprile 2012

Stupiscimi

Capitolo 2 - Stupiscimi

Madonna fece sparire il sorriso e tornò a fissarmi, intervallando ogni tanto l'operazione con un sorso di brodaglia o con uno sguardo a Madonna. Probabilmente lo stava aspettando per cominciare.
Non appena il tecnico riuscì a connettere il cervello ‒ ci volle ben più di un assaggio di caffellatte ‒ si accomodò sulla poltroncina affianco a CJ, seduta ancora a gambe incrociate.
«Stupiscimi.», cominciò senza staccarmi gli occhi di dosso.
«Cos...»
«Non ho creduto molto alla tua email, quindi ti consiglio di sbrigarti a farmi cambiare idea.»
Inarcai le sopracciglia, sorpreso. Essere arrivato lì per me voleva dire aver superato già lo scoglio più grande, ma a quanto pare non era così.
«Perché quella faccia? Cosa ti aspettavi, che avrei creduto alle cazzate del primo che passa?»
«Beh, essendo stata una delle poche, forse l'unica davvero in gamba, a prendermi sul serio credevo che—»
«Ascolta. Punto primo: è un po' presto per leccare e credimi: ora non ti aiuterà ‒ tutt'altro. Punto secondo: quanti archeologi ti avrebbero creduto se gli avessi detto che li avresti portati ad Atlantide?», fece una pausa ad effetto, «È normale che parlare della rete fantasma agli hacker abbia causato lo stesso risultato e io sono parecchio scettica.»
Madonna si lasciò andare ad una risata, anche se sembrò a tutti un colpo di tosse. Poi tirò su con il naso, bevve un sorso di brodaglia e prese la parola.
«Moreaux, se sei seduto lì è grazie a me. Ommadonna, pensa che CJ voleva scatenarti addosso un paio di virus per avergli mandato un mail del genere, ma poi... va be', mi sono messo a leggere tra le righe e ho notato qualcosa di insolito, almeno per questo tema, e poi ho cominciato a sospettare che—»
«In due parole: Madonna è uno di quelli che ci crede a quelle storie sulla RF e vuole darti una chance, io no.», tagliò corto lei poggiando la tazza ormai vuota sul tavolino. «Chi dei due ha ragione?»
Sospirai. «Ho tutto quello che mi serve per sostenere la mia tesi, ma si tratta di... 'informazioni confidenziali'. Sì, certo... posso giocarmele, ma poi non potrete più tirarvi indietro.» “È tutto quello che mi rimane” pensai, ma mi guardai bene dal dirglielo.
«Oh-ohh, ci sto... dai... stupiscimi.», il tono di CJ era basso ‒ di sfida ‒ e accennò un altro sorrisetto che mi gelò il sangue.
«Allora...» mi guardai attorno e mi sporsi in avanti sul divano abbassando il tono, «la rete fantasma si basa sul fatto che i database coinvolti non sanno di esserne parte. Come funziona: ogni file viene criptato, spezzettato e distribuito su N database ignari e se uno di questi frammenti dovesse venire analizzato singolarmente verrebbe scambiato per un file corrotto o un file di paging. L'unico modo per accedere ai dati è attivare un software presso uno specifico terminale che ricrea la rete virtuale temporanea degli N database e i file in essi contenuti. La rete è così difficile da identificare perché viene creata solo ad intervalli per eseguire le query in coda e poi distrutta nuovamente cambiando i criteri di encrypt—»
«Alt! Non voglio sapere altro.»
Brutto segno, era troppo presto. Non li stavo convincendo.
CJ si girò verso il suo tecnico «Solo speculazioni. Visto?», poi si stiracchiò, incrociò le braccia dietro la testa e distese le gambe sul tavolino evitando la tazza.
L'italiano aveva la faccia di uno che aveva perso una scommessa.
«Ommadonna, Moreaux cerca di capire, senza una prova tutto questo non vale molto.»
Rimasi a riflettere per un po' fissando la mia tazza.
«E se vi dicessi che posso farvi accedere ad una copia del programma di gestione della rete fantasma?»
CJ si prese un paio di secondi, poi scosse la testa.
«Finiamola qua. Là è la porta.»
«Come?»
«Là è la porta, vattene.»
«Non vi— Cosa dovrei fare!?»
«Meno chiacchiere Moreaux! Dammi una cazzo di prova!»
«E se... ma sai cosa... toh! Eccotela qua!», estrassi una piccola scheda di memoria, un vecchio formato SDHC, «Analizzate quello che c'è qui dentro e poi cominciamo il lavoro. E ora non vi tirate più indietro.», sbattei la mano con la scheda sul tavolino.
«E chi ci garantisce che lì dentro—»
«Ma che cazzo vuoi di più?!», gridai.
«Una garanzia, può esserci di tutto li dentro spina vergine
«Vuoi una garanzia?! VUOI UNA GARANZIA!? L'HO INVENTATO IO QUEL CAZZO DI SISTEMA! ECCOTELA LA GARANZIA!»
Cadde il silenzio, così come la tazza di Madonna.
«Bucherellata testa di cazzo... non vi siete neanche sprecati a cercare chi fossi veramente», le lanciai la scheda SDHC, «begli hacker.», commentai.
A quanto pare ce l'avevo fatta. Sembravano stupiti per davvero.

domenica 18 marzo 2012

Agente ad eliminazione selettiva

From "Unusual universe" concept

Tutta la galassia passava per il Goddard Exchange Center di Proxima Centauri: era il più grande hub merci della via lattea.
Rob era in coda, attendeva di pessimo umore il suo turno per scaricare la merce presso il dock 11 sul circuito di attesa 3. Amava il suo lavoro, però odiava sia il GEC che il suo carico; il primo perché sempre troppo dannatamente affollato, il secondo perché da anni, sotto consiglio del suo socio Ian, non trasportava che fango ferritico al 3,5%. La merce a più basso valore di tutto l'universo
Ricevette il permesso di attracco e portò la sua motrice Hauler 125 D-Special con i 5 rimorchi in coda al punto prestabilito. Si slacciò le cinture inerziali e si diresse verso l'uscita con i documenti, lasciando a Ian le operazioni di scarico. Lui sarebbe andato a trovare un altro lavoro e giurò su Zarquon, il sole ed un paio di buchi neri supermassivi, che non sarebbe stato altro fango ferritico. Sé ne fregava che fosse il materiale più sicuro da portare in giro
Lasciò tutti i documenti al personale della stazione per poi dirigersi alla sala scambi per i trasportatori freelancer.

Il salone era caotico come sempre. Centinaia di megaschermi e ologrammi sponsorizzavano questo o quell'altro lavoro. Rob voleva finalmente sfruttare il fatto di aver comprato al tempo la versione D-Special, quella che aveva lo spazio interno pressurizzato e riscaldato per cinquanta container navali. Passò una trentina di minuti tra alieni di ogni razza che proponevano lavori o materiali assurdi (come un putrescente lumacone Ro'org in giacca e cravatta che l'aveva pregato di trasportare un carico di insetti molesti per un banchetto su Volkron 12) fino a quando non vide un annuncio sul terminale della Infestolution Bioresearch.
'Cercasi trasporto pressurizzato e riscaldato per agente ad eliminazione selettiva di piccoli mammiferi parassitari infestanti sul pianeta in terraformazione Iris. 40 container navali. Urgente. Sedicimila crediti alla consegna ‒ solo se puntuali ‒ con spese di carburante e ammortamento cyberspazio a parte'.
Un affare. Prese la touch-pen del terminale e firmò il contratto elettronico lasciando i riferimenti.

Mentre tornava alla motrice gli arrivò al palmare la conferma della IB e i dettagli sulla consegna alla loro motrice, prevista nell'ora successiva. “Ian sarà entusiasta” pensò.

Ian non lo era affatto, sembrava più incazzato che altro.
«Dimmi cosa non va bene»
«È pericoloso portare un'arma biologica... è un richiamo per i pirati spaziali.»
«E tu non avvisarli»
«Ma sarai idiota. Iris è nel mezzo dei sistemi periferici, se ci attaccano non ci sarà alcuna polizia»
«La sorveglianza dei terrafor—»
«Sì, certo! E secondo te quelli si mettono ad attaccare i pirati? Aspetteranno che avranno finito per venire a raccoglierci con il cucchiaino»
Il palmare di Rob cominciò a suonare. Era il corriere.
«Ormai non ci tiriamo indietro», disse mentre si dirigeva all'ingresso della zona merci con il palmare in mano, «quindi vedi di calcolare una rotta sicura e sperare che non assaltino»

L'ultimo colpo di laser delle navette pirata portò a zero il livello degli scudi di assorbimento di energia.
Rob attivò la radio «Vabeneciarrendiamociarrendiamo!»
«Adesso l'hai piantata di fare il cazzone, eh? Ferma la nave e attiva l'airlock di scambio, salgo a bordo con i miei uomini.»
Rob fermò la motrice e guardo Ian.
«Ci uccideranno?»
«Non lo so, ma se non ti uccideranno loro, lo farò io»

Il capo dei pirati era un pinguino blu e bianco alto un metro, con una cicatrice su un occhio, un braccio (se di braccio si può parlare) cibernetico e una gamba di legno dal piede leonino come quella di un vecchio tavolo. Era seguito da altri due scagnozzi umanoidi. Entrarono nel vano di carico seguendo Rob e Ian.
«È questa l'arma chimica?», indico con la piccola pinna uno dei container.
«È lì dentro, sì»
«Apri il container»
Aprirono le porte. L'interno era stipato di casse di polimeri.
«Portatemi qua una di quelle scatole.»
Rob e Ian sfilarono una cassa per la maniglia. Sul fianco c'erano stampate le istruzioni; l'unico comando era un selettore rotondo ora importato su SLEEP. Poggiarono la cassa ai piedi del pinguino che continuava a fissarli con aria truce. Si chinò, lesse le istruzioni e spostò il selettore su LIVE. Subito si levò dalla cassa un miagolio.
Tutti si congelarono sul posto. Rimasero così per una decina di minuti mentre il gatto dentro la cassa continuava a miagolare. Senza dire una parola il pirata e i due scagnozzi, paonazzi in volto, tornarono dentro la loro astronave e si allontanarono. Allo stesso modo i due soci misero tutto a posto e raggiunsero Iris, il pianeta infestato dai topi.

Mentre scaricavano il materiale, Rob era alla ricerca di un piccolo lavoro per non tornare indietro a mani vuote. L'uomo del dock gli riferì che alcuni laboratori locali avevano munto diversi ettolitri di latte alla tela di ragno; ora servivano urgentemente ad una raffineria attorno a Beletelgeuse.
Rob si guardò attorno indeciso, «Non è che avete del fango ferritico?»

lunedì 27 febbraio 2012

Inserire il jack nell'apposito connettore

Capitolo 1 - Madonna e Coldjack33

L'appuntamento con ColdJack33 era alle nove di mattina. Io ero di fronte alla porta dell'appartamento alle sette e mezza. Il complice in quella levataccia fu l'albergo dove avevo passato la notte: faceva davvero schifo. Se i bassifondi di Chennai non erano mai stati una meta turistica, c'era un buon motivo; bastava guardare le strade dalla finestra per sentire il bisogno di lavarsi.
Bussai alla porta: un compromesso per verificare se ci fosse stato qualcuno sveglio in casa e non svegliare nessuno in caso stessero ancora dormendo. Nel caso non fosse arrivato nessuno mi sarei fatto un giro per il quartiere e sarei tornato dopo una colazione locale a base di tortine salate e salse piccanti. Tesi l'orecchio nella speranza di sentire qualche movimento. Percepii un leggero strisciare metallico, poi la serratura scattò e la porta si aprì; oltre lo stipite si stagliava la figura di una donna sulla trentina. Capelli rossi, vistosamente tinti, tenuti a spazzola. Aveva addosso solo un top nero abbinato ad un paio di pantaloncini neri da ciclista. Un bel fisico toccato qua e là da qualche tatuaggio in bella vista. Mi squadrò, poi buttò l'occhio sul micropc da polso per vedere l'ora.
«Non cominciamo bene, l'email era chiara: alle nove.»
«Non avevo sonno.»
Doveva essere Madonna, il tecnico di ColdJack33. Il bell'aspetto mi suggeriva che probabilmente non si limitava solo a quella funzione.
Sbuffò, «Sali qua, sul tappetino, e togliti le scarpe, o non entri.»
Eseguii senza fiatare.
«Lo sporco non è amico degli impianti neurali.»
Allargai un sorriso a quelle parole, «Beh, avete scelto proprio la zona giusta dove piantare le tende.»
Se avesse potuto incenerirmi con lo sguardo l'avrebbe fatto in quell'istante.
«Nessuno ti sta obbligando, vuoi contestare altro?»
Ritrassi il sorriso e alzai le mani in segno di resa.
Indicò la stanza in fondo al corridoio. «Là trovi il salone, va' a sederti sul divano e aspetta.»
Superai il corridoio lasciandomi alle spalle due stanze per ogni lato e arrivai ad una sala che accoglieva una cucina, un tavolone con quattro sedie e un divano messo di fronte a due poltrone. A dividerle c'era un tavolino basso di vetro con sopra un posacenere di ceramica bianca mezzo pieno. Nell'aria aleggiavano i resti di una sigaretta di scarsa qualità.
Sprofondai nel soffice divano e nell'attesa buttai l'occhio sui mozziconi schiacciati nella cenere. Erano senza filtro, forse delle Rouwendaal.
Madonna si fece viva dopo pochi minuti con addosso dei larghi pantaloni multitasca di tela verdi con grossi elastici sulle caviglie e puntò direttamente al frigo.
«Hai già fatto colazione?» chiese aprendolo.
«No.»
«Caffè?»
Annuii.
Tirò fuori del latte, prese tre tazze, due le riempì di acqua e una di latte. Le mise dentro ad un forno a microonde e lo fece partire a tutta potenza.
Si sedette sul piano della cucina e rimase a guardarmi per un po' senza dire niente.
La cosa mi mise a disagio, sembrava volermi passare attraverso con quegli occhi scuri. «Vuoi chiedermi qualcosa?», le chiesi.
Non rispose e si limitò a continuare a fissarmi fino al suono del timer.
Prese le tazze, versò dentro il caffè istantaneo e ne portò due al tavolino basso.
«Grazie», presi una tazza tra le mani.
«Assaggialo prima di dirmi grazie.», si sedette a gambe incrociate sul divano di fronte a me.
Lo assaggiai e le diedi ragione. Faceva schifo.
«Ok, ritiro quanto detto.»
«Spiacente, non c'è di meglio in zona al momento.»
Mi sforzai a buttare giù un altro po' di caffè, poggiai la tazza di fronte a me e cominciai a tastare il terreno.
«Da quant'è che lavorate assieme voi due?»
Si prese un attimo per bere un sorso di brodaglia e riflettere, «Circa sei anni.»
«Com'è ColdJack33?»
Mi guardò stranita.
«Intendo... vorrei sapere qualcosa di più sulla sua persona. Sulla rete non ho avuto modo di scoprire niente su di lui, nemmeno che faccia abbia. Vorrei evitare di dare una prima “cattiva impressione”.»
«Cattiva impressione, eh?»
Un uomo di corporatura robusta uscì da una porta sul lato del corridoio e si diresse verso il salone. Aveva capelli mossi, neri striati di grigio, lunghi fino alle spalle, e una barba sfatta delle stesse tonalità. Aveva addosso una t-shirt azzurra con delle scritte illeggibili per via degli eccessivi lavaggi e dei pantaloncini corti con fantasia tartan.
«Madonna, che ore sono?» il tono era basso e impastato, classico di chi si era appena svegliato.
«Sette e quaranta.»
«E che cazzo ci fa qua Moreaux.»
«È arrivato prima.»
«Grazie al caa—», sbadigliò senza ritegno, «avevi fretta Moreaux?»
«No, ma l'albergo faceva schifo e me ne sono andato appena potevo.»
«Non è una sorpresa, madonna... qua tutti gli alberghi fanno schifo.»
Si diresse verso il frigo.
«La tua tazza è già pronta.»
«Ommadonna», si poggiò le mani sui fianchi e inarcò la schiena all'indietro dando vita ad un concerto di ossa scrocchiate, «grazie CJ.»
Rimasi un secondo a elaborare quell'informazione. Poi capii e mi girai per guardare la donna seduta di fronte a me.
«Di niente Madonna.», gli rispose la donna, «Appena torni online con il cervello vieni a farci compagnia.»
«Sì, certo.», l'uomo rispose con i pugni chiusi poggiati sul bancone della cucina come un gorilla e la testa tuffata dentro l'aroma di caffè che saliva dalla tazza sotto di lui.
«Oh, cazzo...» lasciai cadere la testa all'indietro.
«Tranquillo, ho avuto prime impressioni peggiori di questa.»
«Non credevo...»
«Ci cascano tutti.», era sarcastico, ma fu il primo tentativo di sorriso che le vidi fare da quando ero lì.

mercoledì 11 gennaio 2012

Cosa fareste? (sondaggio)

Sondaggio sulle reazioni personali

È una mattina di Marzo e siete a lavoro. Voi non sentite alcun rumore, ma un forte boato è stato sentito a 35km da casa vostra. Sentite solo delle voci su quello che è successo fino a quando non tornate a casa.
Lì accendete il televisore su un telegiornale e vedete delle immagini incredibili. Un centro ricerca a 35km da casa vostra è scomparso portando via con sé anche una piccola porzione di terreno circostante, lasciando come testimonianza della sua precedente esistenza solo un “cratere” dalla conca perfettamente semisferica. Cratere fra virgolette perché non sembra che qualcosa abbia impattato sul luogo; piuttosto sembra che qualcosa abbia accuratamente tagliato e rimosso quanto si trovava lì. Non ci sono ancora delle ipotesi ufficiali su quello che è accaduto. Il centro ricerca era pubblico e visitabile da chiunque. Voi ci siete anche stati durante una visita scolastica ai tempi che furono per l'inaugurazione di un sincrotrone di nuova generazione ed un piccolo acceleratore di particelle ad anello. Tutti quelli che erano all'interno dell'edificio del centro sono scomparsi e si teme il peggio.
Passate una normale serata a casa, facendo un po' di fatica a dormire per quello che avete visto.
La mattina successiva ci sono nuove notizie che provengono dall'area attorno al luogo del disastro. Quella su cui i media calcano più la mano è il ritrovamento di un centinaio di persone (134 il conteggio attuale) morte durante la notte, il luoghi diversi (all'interno di un raggio di 45km dal centro ricerca scomparso)e con modalità di decesso diverse e, in alcuni casi, sconosciute. Ci sono state segnalazioni di persone scomparse e le autorità sono alla ricerca. Danno meno peso ad alcuni strani avvistamenti all'interno di quest'area, come ‒ la più enigmatica ‒ l'avvistamento di costellazioni sconosciute nel cielo da parte di un'appassionato.
Qualcun altro parla di attentati terroristici o cospirazioni massoniche, ma vengono archiviate come tesi molto poco attendibili.
Alcuni sindaci dei paesi più colpiti e vicini allo strano fenomeno accaduto al centro ricerca, chiedono di tenere i bambini a casa e fanno chiudere le scuole per precauzione, fino a quando non si capirà il rischio e fanno un appello alle ditte perché oggi avvisino tutti i dipendenti di stare a casa per la loro incolumità.
Tu vai a lavorare lo stesso. Non sono cose che capitano a te queste e poi il tuo posto di lavoro è in direzione opposta rispetto all'epicentro.
Attorno a te vedi che le cose sono diverse dal normale. Il traffico, la gente per strada, le vetrine dei negozi, gente che stracarica le proprie auto con beni di ogni genere, forse pronti alla fuga. Tutto sembra anomalo attorno a te.
Rientri la sera che le cose sembrano volgere al peggio. Il video delle costellazioni su internet ha ricevuto milioni di visite e circola un video, di cui si dubita dell'autenticità, dove un uomo sembra vaporizzarsi in mezzo alla strada di un paesino lì vicino in pieno giorno e un altro dove si avvista un animale sconosciuto. I TG aggettivano gli avvenimenti della mattina precedente come “emergenza nazionale” in quanto lo stato ha approvato in via urgente lo stato di emergenza. Si continuano a trovare cadaveri e le persone continuano a scomparire a ritmo preoccupante. Qualcuno ha abbandonato le città per allontanarsi dall'epicentro. Le autorità hanno istituito un numero di emergenza da chiamare in caso di anomalie e hanno messo in stato di allerta l'esercito in caso la protezione civile non sia in grado di gestire le emergenze da sola.
Questa notte non riesci a dormire. Lasci la TV accesa su un canale dove danno solo notiziari per seguire la vicenda e continui a guardare fuori e il cielo. Non sai se lo stai facendo per cercare un segno tangibile di quelle anomalie di cui tutti parlano o per assicurarti che in realtà non esistono. Poi osservi meglio la luna e scopri che non stai guardando la faccia normalmente rivolta verso la terra perché il disegno grigio sulla sua superficie è differente. Il disco bianco dovrebbe essere in fase morente, mentre tu la vedi piena quella notte. Nessun altro se ne è accorto? Passa un minuto nel quale la fissi senza capire e la TV annuncia quello che hai appena notato, sottolineando come questa anomalia accade solo vicino all'epicentro, mentre guardandola da oltre 60km dall'epicentro la luna segua la normale fase prevista.
Arriva la mattina senza che tu sia stato capace di chiudere occhio.
Nei giorni successivi non vai a lavoro e resti a sentire i comunicati della protezione civile che peggiorano con il passare del tempo. La soluzione finale presa nei due giorni successivi è l'evacuazione dell'area di 45km attorno al centro ricerca scomparso.
Ti danno un giorno per preparare i bagagli e sei conscio che, probabilmente, non potrai più tornare a casa. Saluti con una lacrima il posto che ti ha accolto fin da quando sei nato e sali su un autobus requisito al trasporto provinciale con un paio di grosse valigie con tutti gli effetti a te più cari, senza sapere ancora perché è avvenuto tutto questo.
Per quanto accaduto e vittime di una sciagura, ricevete un indennizzo che vi permette di ricominciare a vivere altrove con qualche preoccupazione di meno.

P.S.
Con il passare del tempo viene creato un cordone attorno alla zona dalla quale non può uscire né entrare niente per evitare “contaminazioni”. Si dice che dentro quella zona ora ci sia qualcosa di importante per la scienza, ma nessuno sa ancora che sia con precisione.

Cosa fareste? Riuscireste a vivere esiliati da casa per sempre? Siete disposti a riporre il vostro passato da qualche parte per poter vivere una nuova esistenza senza malinconia? Rischiereste la vita per entrare di nascosto nella zona e trovare quello che cercano gli scienziati?
Ricordate che c'è in gioco la vostra vita.

Vorrei avere la vostra opinione.

sabato 31 dicembre 2011

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Prologo sul personaggio

Marco si accorse del suo dono all'età della ragione, in quel momento nel quale ci si rende conto di “essere” che nel suo caso coincideva con la terza settimana dell'università. Si ritrovò a frequentare un istituito parecchio lontano da casa, dove non conosceva nessuno, eppure non gli servì più di qualche settimana per divenire uno dei personaggi più popolari non solo del proprio corso, anche se lui non aveva fatto nulla di tale da meritarsi tale fama. Fu in quel momento che cominciò a credere che potesse esserci qualcosa di particolare nella sua persona.
Analizzò la sua situazione rispetto a quella di altri compagni di corso e si rese conto come tutti si fidavano istintivamente di lui, senza porre condizioni o avere alcuna preoccupazione. Sembrava quasi che bastasse chiedere per avere ogni cosa a propria disposizione.
Fece il primo passo per vedere fin dove sarebbe potuto arrivare ed invitò Lucia, la più bella ragazza delle nuove matricole, ad uscire con lui la sera stessa. Lei accettò senza esitazioni, quasi non stesse aspettando altro da giorni.
Quella sera lei sembrò disposta ad accettare ogni cosa proposta da Marco senza quasi rifletterci, ma lui non volle forzare quella che poteva essere più fortuna che altro ed evitò di superare una pericolosa soglia di non ritorno. In fondo era sempre stato considerato di bell'aspetto, quindi avrebbe cercato la conferma a quella sua strana dote in qualche altra situazione.
Con il passare delle settimane fece diversi tentativi con tante altre ragazze, sia dell'università che non, riuscendo a portarsele a letto ogni volta che lui voleva. Scoprì con stupore che anche in quella situazione bastava chiedere perché tutto fosse a sua disposizione.
Ma non era ancora abbastanza. Così aveva assodato quanto tutto andasse liscio fino a quando si restava all'interno delle normali convenzioni sociali, però voleva accertarsi di come questo suo 'potere' funzionasse in ogni situazione e con qualunque soggetto; decise quindi di sfidarle quelle convenzioni. Il prossimo soggetto delle sue sperimentazioni sarebbero stati degli uomini.
Cominciò ad uscire con un giro di amici del corso e si rese conto come riusciva a incastrarli in situazioni imbarazzanti con una semplicità unica, facendo passare le cosa sempre come scherzi e facendo fare a tutti ‒ compresi i soggetti messi alla berlina ‒ grasse risate. La vera consacrazione accadde quando riuscì a convincere Gabriele, che in quel periodo frequentava Lucia, ad avere un rapporto con lui. Dopo l'assenso del ragazzo Marco scoppiò a ridere facendo passare la proposta per uno dei suoi soliti scherzi; la risata coinvolse anche Gabriele, ma gli si leggeva in faccia come stesse dissimulando una delusione con quella reazione.
Marco tirò le conclusioni dopo un paio di mesi di esperimenti. Gli sarebbe bastato rimanere risoluto, gentile e mostrare il proprio sorriso affinché le persone si fidassero di lui e accettassero di buon grado le sue proposte, fino a quando le richieste rimangono nella sfera dell'etica delle persone; per quanto potesse essere persuasivo, c'erano dei limiti oltre al quale delle persone non potevano arrivare in quanto non sarebbero state più loro stesse. Era un persuasore, non un ipnotizzatore.
E ad oggi il suo lavoro si basa proprio su quello.
Di bell'aspetto, affabile, dai modi garbati e dalla parlantina pronta e sciolta, ha molti clienti fissi. È un venditore e, a tutti gli effetti, lo fa a modo suo e come nessun altro sarebbe capace di fare. È conosciuto come Bookmark, ma non fatevi ingannare dal nome; non si tratta di segnalibri. Lui è il Mark dei libri: questo è il nome della sua merce nell'ambiente ed essa va cacciata di notte, nei locali affollati, che siano per bene o meno. Deve solo rispettare la volontà del cliente, ma spesso in due o tre notti riesce a trovarla; poi basta il tocco della sua magia: sorriso, risolutezza e gentilezza. Se la porta a casa per una notte e la mattina dopo la consegna o a domicilio o ad un indirizzo concordato.
Guardatelo. Questa mattina incontra i due medici sul loro furgone anonimo. Mostra il suo sorriso affabile e li conduce al portabagagli della sua berlina. Lo apre e gli mostra la merce. I medici sono contenti, gli fanno domande, gli chiedono se aveva notato qualcosa di strano quando l'aveva presa, se era tutto in ordine o se aveva qualche difetto evidente. «È perfetta» risponde risoluto. I medici sono entusiasti e sollevano in due la ragazza seminuda dal retro della vettura di Mark caricandola sul furgone. In meno di cinque ore, tutti gli organi saranno espiantati e pronti per essere immessi sul mercato nero mentre la carne finirà probabilmente a qualche pervertito o a qualche cannibale. Pagano molto quei bastardi e Marco è felice, lavora poco e guadagna tanto, sfruttando il suo dono.

mercoledì 30 novembre 2011

Mele, mediatori e segugi.

Sfida di trenta minuti

L'uomo era seduto sul letto della sua stanza e stava scrutando ogni millimetro quadrato della mela che aveva poggiato sul comodino da più di quindici minuti. L'aveva guardata e riguardata da ogni angolazione possibile, valutandone ogni imperfezione o puntino colorato, ed era riuscito finalmente a convincersi; era il miglior diversivo sul quale poteva contare in quel momento. Le staccò gli occhi di dosso e guardò l'orologio: 19:41. Estrasse il cellulare dai pantaloni del vestito e lasciò andare un profondo sospiro notando come nessun messaggio o chiamata persa era in segreteria. “Merda, un altro giorno buttato via.” pensò. Fissò la parete beige davanti a sé per qualche minuto ancora, poi si alzò e lasciò la camera in direzione dell'ascensore dell'albergo. Avrebbe passato un'altra serata in compagnia del barista, o di qualche altro cliente, per cercare di ammazzare il tempo fino al giorno successivo. C'erano stati fin troppi rinvii perché l'affare si sbloccasse quella notte e non aveva intenzione di pensare troppo alla faccenda fino all'indomani, accontentandosi di un diversivo qualsiasi per passare la serata, anche una sciocchezza.
In meno di un minuto era di fronte alla soglia della pesante doppia porta di vetro satinato che separava la hall dal bar.
Il locale era una calda mescolanza di toni rossi e legno scuro, con diversi tavoli disposti per il salone e un lungo bancone circondato dai classici sgabelli alti.
Si diresse a quello più vicino al barista che lo fissò con aria malinconica.
«Non dirmelo.»
«E allora non te lo dico.»
Si guardarono negli occhi per qualche secondo.
«Ancora niente?»
«A quanto pare mi toccherà stare qui per una sesta giornata», guardai lo spremiagrumi dietro di lui, «mi faresti un'altra spremuta di arancia, per favore?»
«Certamente», il barista si girò e cominciò a tagliare delle arance, «ma perché non lasci stare quello che ti hanno detto e non esci a farti un giro per la città? C'è stato un bel sole oggi e ti stai perdendo delle giornate fantastiche.»
«Vorrei... ma se poi mi chiamano, sai... per la legge di Murphy...».
Il barista ridacchiò «Comunque, per quanto possa sembrarti noioso, almeno devi solo aspettare. Sono certo che potrebbe andarti peggio.»
«Già, hai ragione.»
Invece no, aveva torto. Il barista non aveva idea di come l'attesa fosse la cosa peggiore che gli potesse capitare nel suo lavoro; era il terrore sacro di ogni bravo mediatore. Spesso quello stallo significava che una delle due parti della transizione voleva prendere tempo per poter mettere un segugio sulle traccie della merce desiderata, con il risultato di mettere nei guai il povero mediatore con il suo datore di lavoro in quanto responsabile di gestire la delicata transizione per loro (legale o meno che fosse). Più uno era bravo e più i materiali trattati erano pericolosi o delicati, e più i materiali erano di valore alto e più grossa era la penale da pagare in caso di errore. Lui era il migliore nel suo campo e quindi trafficava solo la merce a più alto rischio. In questo caso il prototipo di un cervello biologico interfacciabile con i sistemi informatici sviluppato da una delle più grandi società di bioingengeria del mondo, la eVolve. Per lo scambio il carico era stato nascosto all'interno di una mela. Dall'altra parte c'era un colosso di servizi online, la World Network Servicies, che sembrava volere il carico ma non sembrava disposta a trovare una soluzione per i fondi neri da girare in un conto off-shore per concludere la transizione.
Come usuale, lui aveva firmato un contratto che comprendeva delle penali alquanto bizzarre, in confronto al quale la morte sarebbe stata un'opzione preferibile.
Il barista gli consegnò la spremuta e mugugnando un «Scusami un secondo» se ne andò a servire una coppietta appena entrata nel locale. Il mediatore sollevò il bicchiere e lo squadrò un paio di secondi. Prima che potesse poggiarci le labbra sopra una affascinante ragazza dai corti capelli biondi esclamò «Un brindisi ai lavori di merda?»
Lui si girò e vide che una ragazza vestita elegante a due sgabelli di distanza che lo fissava con aria complice con un paio di occhi scuri come cioccolato fondente.
«Perché no?»
Lei si avvicinò e fece tintinnare il proprio bicchiere con quello del mediatore.
«Ai lavori di merda!», esclamarono insieme.
Lei batté il bicchiere sul tavolo e si scolò un cosmopolitan mentre lui finiva in un fiato la terza spremuta della giornata.
«Scusami», cominciò lei, «ma non ho potuto fare a meno di sentire dei tuoi dispiaceri sul lavoro e mi sono detta che valeva la pena fare un brindisi assieme per festeggiare una lamentela comune.»
«Ammetto di essere stato un po' ipocrita, in fondo me lo sono scelto io questo lavoro.»
«Anche il fatto che non puoi uscire dall'albergo lo hai scelto tu?»
«No, è solo un'antipatica clausola del contratto.»
«Spero che ti paghino abbastanza.»
Lui si lasciò scappare una risatina «Fidati, con questo scherzetto metterò via una cifra da capogiro.»
Lei lo guardò negli occhi con uno sguardo sornione.
«Senti un po' uomo dallo stipendio da capogiro», lei abbasso la voce e si fece un po' più vicina «dato che mi trovo anche io a dover rimanere qua fino a fine lavoro, avrei per la mente una cosa divertente che si può fare qua in albergo, io e te... non so se... sai, per far passare l'attesa.»
Lui quasi non riusciva a crederci, doveva essere uno scherzo. Poteva sul serio essere così facile? Si guardò attorno. A quanto pareva quella era la sua occasione d'oro e l'avrebbe baciata all'istante se solo non fosse stato un rischio troppo grosso.
Le sorrise, «Sei proprio quello che cercavo per finire in bellezza questo lavoro.»
«Uh, esagerato. Che numero di camera hai?»
«Vieni con me, te la mostro.»
Assieme si alzarono e si diressero verso l'uscita. A qualche metro dalla porta, il mediatore si girò verso il barista che gli fece l'occhiolino e scandendogli solo con le labbra la frase “Buona fortuna”. Presero l'ascensore e arrivarono al piano. Lungo il corridoio, lei gli poggiò la testa a cavallo tra il collo e la spalla mentre lui allungo una mano attorno alla vita, sotto la giacchetta del tailleur, con una delicatezza unica al punto che lei non se ne accorse.
“Non ci posso credere” pensò lui.
Mentre l'uomo armeggiava con il portafoglio in cerca della tessera-chiave della porta, la ragazza apri la borsetta e cominciò ad armeggiare bofonchiando qualcosa come “contraccettivi”. Lui fece finta di ignorare il click metallico e il sibilo elettrico simile ad un flash che si caricava ‒ riuscendo a malapena a soffocare un sorriso ‒ e appena le diede le spalle per entrare in camera un colpo di taser gli venne scaricato sulla schiena. Neanche il tempo di toccare terra che gli spruzzò dello spray al pepe sugli occhi.
La sentì entrare di corsa dentro la stanza per dopo uscire in velocità prendendosi anche il tempo di assestargli un calcio nel costato e dargli dello stronzo.
“Tipina fine, c'era da aspettarselo”
Rimase a terra per circa un minuto, poi chiuse la porta con il chiavistello dietro di sé e cercò il letto a tastoni, ci si sedette sopra e, tra le lacrime e i dolori, notò come la mela non fosse più al suo posto.
“Cazzo, non ci posso credere...”
Estrasse da una tasca della giacca il portadocumenti di lei, preso di nascosto mentre camminavano lungo il corridoio. Dentro aveva la carta di identità e una tessera che la identificava come dipendente esterna della WNS.
“Sul serio... non ci posso credere!”
Prese il cellulare dalla tasca e chiamò il suo contatto di riferimento della eVolve.
«Che succede?»
«Un segugio del cliente, sono bruciato», nel mentre aprì l'antina del comodino.
«La merce!?»
Diede un'occhiata allo stipetto e vide la mela contenente il cervello ancora al suo posto. Avrebbe cominciato a ridere sguaiatamente se solo il torace non gli avesse fatto così male; glì uscì solo un grugnito incomprensibile.
«È ancora con me. Pensa che era una novellina con dei metodi così ovvi da non crederci. Ci è cascata con tutte le scarpe e si è portata via un fac-simile.»
«Cristoddio grazie al cielo, mi hai fatto sudare freddo... tu stai bene?»
«Un po' ammaccato ma vivo.»
«Bene, chiuditi in camera che ti veniamo a prendere immediatamente. Poi liquideremo subito il contratto come da accordo. Quei bastardi...»
«Sai che saranno un mucchio di soldi, vero?»
«Sì, ci vorrà un po' ma te li sei meritati.»
«Grazie, a dopo.»
Il mediatore chiuse il telefono e sospirò. “Almeno non ho buttato via tutto il giorno”.

venerdì 28 ottobre 2011

Shopping rules

Appunto per racconto cyberpunk 3/3

La seconda generazione può apparirti costosa, ma è l’unica soluzione che hai per entrare nel professionismo ad un prezzo ragionevole. Hai bisogno di tanta attrezzatura, tutti quei cavi che escono dalla spina dorsale devono andare a finire in un processore, no? Tutti questi poi devono lavorare in perfetta sincronia e via dicendo… comunque per prima cosa: l’operazione per l’installazione. Di per sé non è molto costosa, ma – come per tutte – devi trovare un medico bravo; nessuno vuole un macellaio che pasticci con la propria spina dorsale per poi risvegliarsi paraplegico, non ti pare? Poi, per quanto riguarda l’hardware… gli spinotti non costano molto, anche quelli buoni. Quelli davvero eccellenti, come tutto, costano, ma di buona qualità ormai ne è pieno il mercato. Di centraline sincronizzate trovi ottimi prodotti anche di seconda mano e questo ti aiuta a salvare una valanga soldi. Di solito i componenti appartenuti ad un navigatore fritto li svendono a poco. Sai com'è, leggende metropolitane; dicono che tutta la componentistica venduta dalla linea di un navigatore morto deve avere per forza un difetto, altrimenti non sarebbe morto; quindi tutti le danno per difettose e non costano un cazzo. Io ti confesso: di navigatori idioti alla ricerca di una rapida ascesa nell’olimpo della rete ce ne sono a migliaia. Quelli crepano perché sono deficienti non per colpa di un difetto nell'hardware. Quindi prendile pure tranquillamente. Adesso trovi anche un sacco di nuovi prodotti per la seconda generazione se hai soldi da buttare. Molte ditte di componentistica, appena uscita la quarta, hanno capito che la seconda avrebbe avuto una nuova giovinezza e si sono dati sotto a fare novità. Per esempio, ora la Onkyo che vende una multi centralina corale dove attacchi tutti gli spinotti, senza doverti più preoccupare per la sincronia. Se vuoi fare una cosa in economia però, e meglio che ci dai sotto con la roba dei morti. Ehi, attento però… discorso a parte per la centralina cervicale. Quella va presa vergine, da uno di fiducia. Non farti rifilare roba di un morto. Rischi la sindrome dell’olandese volante. Cosa ridi, niente cazzate! Un mio amico diceva di vedere il fantasma del navigatore morto in giro per la rete… ha perso la salute mentale e non riesce più a collegarsi, rischia di andare in paranoia. Girano delle voci... dicono che qualcosa dell’esistenza di un navigatore resta nella centralina… credimi: non rischiare. Altri vanno alla caccia delle cervicali dei grandi morti ‒ o anche vivi eh? ‒ credono che gli possano portare fortuna o aiutarli durante le loro navigazioni ma secondo me rischiano per niente... comunque, da cosa vuoi partire?

venerdì 30 settembre 2011

Unexpected tie

Cinical: Dialogue test - Part 2

La mia vecchia Nissan Sunny era parcheggiata in fondo alla strada dove si trovava il Panama’s Court. Anche se si trattava di una delle versioni più accattivanti uscite nel 1992 – un “milleotto” a iniezione – era quanto di più anonimo si potesse sperare, merito anche del trattamento speciale che le era stato riservato. Fuori la triste tonalità della carrozzeria ricordava solo lontanamente il rosso che era stato al momento dell’uscita dalla fabbrica e i paraurti, da un bel nero lucido, erano divenuti grigi opachi; a completare l’opera cenni di ruggine sparsi e righe di sporco a riempire ogni fenditura che acqua potesse raggiungere. All’interno, i sedili erano ricoperti di un tessuto a trama incrociata strappato qua e là che mostravano l’imbottitura gialla in gomma piuma, la plastica del cruscotto era crepata nel centro e la corona del volante era lucida, a testimoniare le migliaia di ore di guida sopportate. Sotto quella scorza logora però si nascondeva una meccanica perfetta, come fosse appena uscita dal concessionario. Tutto questo trattamento la rendeva difficile da notare; un vero toccasana per il mio lavoro.
Mi lasciai andare sul sedile di guida sfondato e passai un paio di minuti a sfogliare le carte che mi aveva consegnato Anna per studiare l’obiettivo, saltando con lo sguardo qua e là per farmi un veloce quadro della situazione prima di partire: Arnoldo Benítez Rodrígez, 36 anni, lavoratore saltuario da quando ne aveva 17, diversi fermi per ubriachezza molesta e sfrattato parecchie volte negli ultimi anni a causa di reiterati ritardi nel pagare l'affitto ‒ le volte in cui era capace di saldarlo. Così dipinto sembrava solo un buono a nulla finito in mezzo per caso, ma qualcuno con una lingua troppo lunga e un portafoglio troppo vuoto aveva avuto un’opinione parecchio diversa in merito. Se la soffiata fosse stata completamente attendibile, e quindi aveva a che fare in qualche modo con il colpo all'assicurazione, doveva essere stato indicato come disposto a collaborare da qualcuno nel sottobosco criminale locale ‒ probabilmente aveva qualche amico in qualche giro non troppo legale ‒ però non riuscivo a trovare nemmeno un piccolo indizio che confermasse tale ipotesi.
Sfogliai il resoconto bancario con più attenzione, quel genere di persone non collabora con il crimine per la gloria e lì doveva esserci per forza qualcosa. Due settimane fa aveva versato in banca di persona una somma di denaro in contanti molto più consistente della sua paga attuale, per poi pagare con assegno una buona fetta di quella somma ad un certo Villaruz, anche se la cosa si era ripetuta in passato con una cadenza quasi mensile. Infatti preparava un assegno con circa un sesto di quella somma allo stesso uomo da quasi otto mesi. Doveva trattarsi dell'affitto e da uno che ha l'abitudine di farsi sfrattare spesso, aver anticipato sei mesi di affitto al padrone di casa era il genere di anomalia che stavo cercando.
La soffiata poteva quasi risultare credibile ‒ Maurice, il mio collega, ci credeva ciecamente ‒ ma io avevo ancora dubbi sul suo coinvolgimento e non mi sarei convinto fino ad una chiacchierata di persona con Rodrìgez.
Era arrivato il momento per un aggiornamento reciproco. Presi il cellulare e attivai la chiamata rapida.
«Eccoti! Allora come è andata con Anna? Te l’ha data una mano
«Sì certo – scusami se non rido – e già che c’ero mi sono anche fatto fare uno sconto, così alla fine di questa corsa ci facciamo una bell—»
«Aspetta, in cambio di cosa? Quella non da niente per niente. Non te la sarai mica portata a letto?»
«Non è il mio tipo», volevo evitare di tornare su quel discorso.
«Raccontala ad un altro, lei sarebbe capace di dare via un braccio per te se potesse»
Lasciai andare un profondo sospiro «Gli ho solo detto che poteva centrare con l’assicurazione»
«Eddai cazzo! Le hai detto tutto! Quella si rivende ogni cosa che le passa sotto mano. Piuttosto portatela a letto la prossima volta. Dimmi, che dati ti ha fornito? C'è qualcosa di valido?»
«Sembrerebbe di sì... i dati sono i soliti: anagrafica, stato civile, situazione economica, resoconti e trasferimenti della carta di credito…»
«Bah, come sempre un lavoro fatto coi piedi. Almeno hai l'indirizzo?»
«Certo, Santiago de Veraguas»
«Sicuro che sia ancora lì?»
«L'altro ieri ha pagato l'affitto per sei mesi, una bella stranezza per uno sfrattato cronico... potrebbe essere una buona pista»
«Direi... certo che ti tocca un bel viaggio in macchina»
«Guarda, non farmici pensare», stiracchiai la schiena sul sedile «Mi si prospettano almeno tre ore di rottura di palle. Vuoi raggiungermi là?»
«Sì, appena ho finito qui»
«A proposito hai novità?»
«Non ancora, ma forse ho una pista su chi potrebbe aver fatto il lavoro»
«Sei ancora a Panama?»
«Sì...», lasciò passare qualche secondo per poi sbuffare «Senti te lo dico chiaro e tondo. Lei adesso ha gli stessi dati che hai tu e sono certo che li avrà già rivenduti a qualcuno interessato ai pettegolezzi sul caso. Non mi sarei giocato l’esclusiva per 200 dollari»
«Non sei un po' troppo sospettoso? Ci lavoro da parecchio e no—»
«È perché continua a chiamarti amore, vero?»
«Ooh, vaffanculo! Senti, la prossima volta ci vai tu. Meglio?»
«Eddai cazzo, ma quanto sei permaloso!»
«Ahh, fottiti»
«Anche tu»
Chiudemmo la comunicazione in contemporanea. Girai la chiave nel quadro ed accesi il motore, provando un certo sollievo nel tornare ad avere il controllo del mezzo; viaggiare con Anna non era una cosa per deboli di cuore. Presi in direzione dello stradone per Panama, per poi dirottare sulla panamericana in direzione di  Santiago de Veraguas.
Accesi la radio fin da subito per non pensare alle cazzate di Maurice. Solo una volta mi spinsi troppo in là con la colombiana durante un lavoro molto complesso; fui molto vicino a portarmela a letto e finii con lo scottarmi, ma sono uno che impara. Se sopravvivo, sbaglio solo una volta e Maurice questo lo sa. Dopo pochi minuti, i caldi ritmi latini alla radio riuscirono a trasportare la mia mente da un'altra parte.
Dopo le tre ore di viaggio previste parcheggiai la macchina nella periferia sud della città, vicino ad una palazzina a quattro piani che corrispondeva all'indirizzo e al numero civico di Rodrígez. L'edificio era una costruzione squadrata di architettura popolare ‒ con tanto di cortile interno ‒ che avrebbe avuto bisogno di una bella rinfrescata sia nella facciata che negli allacciamenti delle infrastrutture; numerosi grovigli di cavi si snodavano tra i pali e gli split dei condizionatori appesi fuori dalle finestre.
Imprecai tra me e me. Nelle carte e nel resoconto bancario non c'era alcuna indicazione di quale fosse il numero dell'appartamento ed ero certo che controllare tutti i citofoni del palazzo sarebbe stato sia inutile che troppo sospetto. Scesi dall'auto e superai la porta d'ingresso. Dentro il piccolo atrio si affacciava un gabbiotto dove un grosso signore di mezza età, con un tipico sombrero pintado in testa, alzò la gli occhi per squadrarmi.
Poteva essere il proprietario, quindi misi in campo la faccia più affidabile di cui ero provvisto.
«Buon giorno Sigor...», feci un cenno della mano verso di lui.
«Villaruz», rispose scorbutico.
«Villaruz...», allargai un sorriso e completai la frase precedente «sto cercando un suo affittuario, un certo Rodrígez. Può aiutarmi?»
«Mai sentito nominare»
«So che abita qui e...»
«Senta! Se vuole può controllare anche tutti i libri contabili», puntò il pollice verso la porta dietro  di lui, «non c'è alcun Rodrígez!»
«Quindi l'assegno di due giorni fa, con sei mesi di affitto, era in realtà il regalo di un anonimo spasimante? Oh, scusi... devo averle rovinato la sorpresa.»
Mi fissò allibito «Cosa?»
«Mi dica a che numero lo trovo», mostrai un sorriso tagliente.
Balbettò qualcosa che sembrava un 311
«Gentilissimo»
«Se-senta... almeno lei eviti di fare lo... “schiamazzo” del suo collega», d'un tratto era diventato dolce come un agnellino.
«Collega?»
«S-sì... ho mandato su mezz'ora fa un asiatico e ho ricevuto delle chiamate preoccupate dai vicini... lei cerchi di essere più... gentile? V-va bene?»
«Certo», cominciai a sospettare di essere arrivato in ritardo.
Uscii nel cortile e salii le scale fino al terzo piano. Raggiunta la porta 311, ci poggiai l'orecchio sopra per auscultare l'interno. Non si sentiva nulla. Portai la mano destra dentro la giacca e presi la piccola Walter PPK dalla fondina ascellare mentre con la sinistra abbassai la maniglia. Era chiusa a chiave. Mi arrischiai a fare una mossa azzardata e bussai, lasciando passare un minuto. Non ebbi risposta. Osservai gli infissi della porta. Sembravano vecchi quanto il palazzo, avrebbero ceduto con un po' di forza. Mi guardai attorno e assestai un calcio all'altezza della serratura. La porta si spalancò.
Il piccolo corridoio d'ingresso terminava con due porte: quella destra su un salone e la sinistra sulla cucina. Camminai rasente la parete destra fino a guardare dentro la cucina. Vuota. Buttai un occhiata rapida oltre lo stipite della porta del salone e mi sentii mancare il fiato.
Rodrígez era legato ad una sedia nel centro della stanza. Aveva un taglio che gli correva da una parte all'altra della base della mascella e la lingua era stata tirata fuori attraverso di esso. Sotto di lui una pozza del suo stesso sangue, come un macabro centrotavola. L’affare si stava facendo preoccupante. Estrassi il cellulare.
«L’ho trovat—»
«Ottimo! Sono per strada, arriverò—»
«Maurice... è morto. Gli hanno fatto una cravatta thai»