domenica 5 dicembre 2010

Malamente

Realizzazione del fumetto

Personaggio ideato da Christian Ragazzoni
Disegnato da Sarah Floris
Testo di ... Norman Vauxhall

Buona lettura.











lunedì 29 novembre 2010

Progetto: Malamente

Stralcio di Norman Vauxhall

Prima di arrivare alla notizia, spiego cos'è Malamente.
Da più di un anno sono iscritto a DeviantArt e durante questa esperienza ho avuto modo di incontrare un po' di personaggi particolari. Uno di questi, all'anagrafe Christian Ragazzoni, mi colpì particolarmente proprio con con questo progetto, chiamato Malamente. In poche parole: le pagine di diario di un serial-killer.
Era in cerca di scrittori, ma soprattutto disegnatori, volenterosi a supportarlo nel suo progetto con un fine di auto pubblicazione (sempre se qualcuno non fosse interessato altrimenti).
Aveva messo in mostra alcuni pezzi già disgnati e altri testi in attesa di disegnatori. Nonostante l'apparente sovrabbondanza di scrittori pronti ad aiutarlo, sembra che davvero in pochi si siano poi messi a scrivere. Ecco a voi uno di quei pochi.
Con il 5 Ottobre 2010 ho visto un mio sogno realizzarsi. La prima pagina di fumetto basata sul mio testo magistralmente inchiostrata da Sarah Floris.
Pochi giorni fa l'ultima pagina, la sesta, del mio stralcio di Malamente è stata pubblicata sempre su DeviantArt. Come tutte le altre pagine.
Se siete curiosi, potete prendere visione tramite DeviantArt del mini fumetto in questione (a causa del contenuto maturo c'è un filtro per i minorenni e non saranno visibili alcune - se non tutte - le pagine ai non iscritti. Come sempre l'iscrizione è gratuita). In caso contrario sto chiedendo l'OK per procedere con la pubblicazione delle pagine anche qui in Cresezia.

Per ora i link.
Pagina 1
Pagina 2
Pagina 3
Pagina 4
Pagina 5
Pagina 6

Sull'altro fronte Versus sta procedendo pian piano.
Nel frattempo, armatevi di pazienza o godetevi Malamente.

Buona lettura.

venerdì 8 ottobre 2010

Un gatto di nome Caronte

Versus - Intro

Il riverbero dello sparo si sciolse nell’aria e Caronte ne uscì illeso. Il colpo l’aveva mancato.
Era l’istante per il quale valeva la pena vivere: la conferma che anche quella sera aveva sconfitto la morte. Rapido come lo scatto di un atleta al suono della pistola, il piacere allo stato puro gli si riversò nelle vene, intorpidendolo nell’estasi per pochi interminabili secondi. Poi l’emozione cominciò a scemare, toccava a lui. Si girò e puntò la sua arma contro Svetnik.
Il suo avversario aveva chiuso gli occhi e stava aspettando il colpo con apparente serenità, onorando il suo soprannome. Santo, in sloveno.
Caronte esplose l’unico colpo a disposizione, centrandolo al torace. Svetnik lasciò cadere l’arma scarica a terra e portò la mano destra alla ferita mentre si sedeva a terra, poggiando le spalle sulle pareti del vicolo. Il cemento cominciò a tingersi col suo sangue. L’altro ripose la pistola nella fondina sotto la giacca e cominciò ad avvicinarsi all’uomo a terra.
Per definizione erano avversari, ma non riusciva considerarli tali. Facevano tutti parte di una sventura che ci si infliggeva nella libertà di scelta. Per lui quelli erano compagni e l’uomo a terra di fronte a lui era un altro che sé ne andava; un altro che aveva scelto quella strada come tanti altri e ora lasciava proprio a quegli altri l’onere di continuare da soli il loro contratto. Era un finale inevitabile che non amava; non provava piacere in quell’esito, solo rimpianto. Quello che non riusciva a capire era come ogni avversario sconfitto mostrasse sempre la stessa espressione: colpevolezza. Di cosa, lo sapevano solo loro.
Adesso gli toccava aspettare. Per quanto sembrasse una cosa molto semplice, attendere la morte dell’altro giocatore era una straziante ma necessaria precauzione per evitare una possibile situazione molto più imbarazzante nei giorni successivi. Non tutti erano capaci di reggere quella pressione emotiva (qualcuno segnava il punto e scappava via come un ladro) ma chi riusciva ad affrontarla, la fronteggiava con vari espedienti per affievolirne il sapore amaro. C’era chi, pur odiando il fumo, si accendeva una sigaretta dopo l’altra; chi li guardava da lontano, cercando di nascondersi agli occhi della vittima; chi doveva distogliere lo sguardo e controllare solo di tanto in tanto mentre ascoltava musica con gli auricolari a tutto volume. Caronte si sedeva accanto alle vittime, tenendogli una mano tra le sue. In questo era unico.
«Caronte ah? Zdaj razumem zakaj» commentò con un filo di voce lo sloveno.
Caronte gli rispose sorridendo e stringendogli la mano ancora più forte; l’altro aveva capito il perché del suo nickname. Come il personaggio dal quale aveva preso in prestito il nome, accompagnava le vittime dall’altra parte. Morire era un epilogo già abbastanza triste ed essere anche abbandonati era una beffa, quindi non li lasciava da soli al loro destino. Così facendo sperava che il suo assassino si sarebbe comportato allo stesso modo con lui – perché sapeva che prima o poi sarebbe arrivato il suo turno.
Aver firmato quel contratto equivaleva ad una morte sicura, era solo una questione di tempo. Nessuno poteva sapere quando sarebbe successo, ma la statistica parlava chiaro; prima o poi sarebbe accaduto. Durante le partite, la sua mente gli sbatteva davanti agli occhi una curiosa realtà. Era vivo e morto allo stesso momento. Lui non era altro che un gatto di Schrödinger dentro la scatola che ad ogni colpo sparato si apriva per mostrare al mondo se anche quella sera sarebbe sopravvissuto al contratto. Per questo l’inconfondibile suono sordo della pistola faceva scattare dai blocchi di partenza il piacere.
La presa di Svetnik stava diventando più morbida di secondo in secondo. Trascinò lo sguardo un’ultima volta sul viso di Caronte.
«Andrà tutto bene» gli sussurrò in risposta a quel gesto.
Lo sloveno tornò a guardare di fronte a se e lasciò andare la testa contro la parete dietro di lui, sospirando per l’ultima volta. La presa si ammorbidì definitivamente.
Caronte lasciò andare la mano del suo compagno e si allungò per recuperare la pistola scarica che giaceva a terra a mezzo metro da lui, portò il manico accanto a quella della sua e attese che il piccolo led rosso lampeggiasse tre volte in segno di conferma.
Si rialzò da terra e salutò il corpo senza vita dell’altro giocatore con la sua solita frase «Addio e grazie». Lasciò il vicolo per tornare a casa, portandosi dietro due sole certezze: insonnia e vomito. Due compagni che non l’avevano mai tradito nel fine partita, lasciandolo sveglio fino al mattino seguente e facendogli vomitare anche l’anima nell’attesa – giusto per dargli qualcosa da fare.
Un ultimo pensiero si fece strada appena terminata la previsione per il resto della serata “Per fortuna domani è domenica”.

martedì 17 agosto 2010

Exit

Test

Seduto sopra la tazza del gabinetto chiusa, si dondolava avanti e indietro con fare autistico.
“C’è sempre una via d’uscita … c’e sempre una via d’uscita …”
Ripeteva a se stesso quella frase da un quarto d’ora; era diventata una litania alla quale stava cominciando a credere.
Era in mutande e canottiera; aveva freddo e teneva accoccolata al petto la vecchia Colt 1911. La stringeva da talmente tanto tempo che, da gelida che era, aveva raggiunto la temperatura del corpo. L’estremità della canna era lucida della sua saliva. Il colpo era in canna già da cinque minuti buoni, ma non aveva ancora trovato il coraggio di premere il grilletto. Si era sempre fermato al passo precedente.
Chiuse gli occhi, racimolò gli ultimi frammenti di forza d’animo che gli erano rimasti e si portò di nuovo la pistola in bocca. La schiaffò bella in profondità che quasi gli stimolò un conato di vomito, per poi estrarla e poggiare la canna nel centro della fronte.
La litania continuava a correre nella sua testa mentre era in attesa dell’ultimo fremito di coraggio per chiudere in bellezza la serata.
Eccolo.
Uno sparo e poi buio. Agognato riposo. Pace.

Aprì gli occhi appena riprese coscienza. Era ancora seduto sulla tazza e per un istante pensò che tutto fosse stato un sogno, ma non era così. Aveva sparato.
La pistola era ancora in mano e goccioline di sangue e frammenti del suo cranio erano sparsi in giro per il bagno. Era solo svenuto per lo shock, anche se la cosa non collimava con quel casino sparso sulle piastrelle. Si alzò per puntare lo specchio che gli confermò quanto sospettato. Il foro gli divideva in due la fronte.
Incredulo, portò la pistola alla tempia per terminare quel crudele scherzo del destino e chiuse gli occhi.
Un colpo.
Un altro.
Un altro ancora.
Li riaprì, fissando allo specchio i quattro fori gli percorrevano il cranio e constatando, incazzato, quello strano attaccamento alla vita.
“ALLORA?! – urlò – COSA CAZZO DEVO FARE PER AVERE UN PO’ DI PACE?!”
A quanto pare quella non era la via d’uscita che sperava.

sabato 31 luglio 2010

Accadde una notte

Test

Di notte non mi sveglio mai senza un motivo.
Erano le tre di notte quando mi ritrovai con gli occhi spalancati nel buio. Sarebbe dovuta essere uguale a tutte le altre notti nelle quali mi svegliavo per bere o per correre in bagno in preda ad un bisogno fisiologico qualsiasi; invece no, ero sdraiato tranquillo sotto il lenzuolo in una calda notte d'estate con una domanda che mi girava in testa: cosa stava succedendo?
Provai ad analizzare la situazione in modo razionale e cominciai a credere che la teoria della sete fosse la più logica. Avevo passato la sera con qualche amico a rimpinzarmi presso il ristorante giapponese qui vicino ed il fatto di essermi svegliato per la sete era l'ipotesi più probabile.
Decisi di alzarmi e andare in cucina portandomi dietro una bottiglietta di plastica vuota per farmi una scorta per dopo, in caso di necessità. Raggiunsi la cucina lasciando che fossero le luci esterne a guidarmi; mi sarebbe dispiaciuto accendere le luci per così poco e non volevo rischiare di svegliare qualcun altro a casa.
La porta finestra che dava sul giardino interno era aperta permettendo a quel caratteristico odore, aspro e forte, di riempire la cucina. Sul momento non me ne accorsi; lo percepii solo quando il gatto si precipitò tra le mie gambe con il pelo gonfio, salutandomi con un miagolio sommesso. Lo accarezzai per rassicurarlo mentre cercai di capire dove avevo già sentito quella puzza. Mi diressi verso il giardino interno, colmo di un silenzio innaturale.
Appena uscito i miei occhi incrociarono lo squarcio nel terreno che si apriva nel centro del verde; in contemporanea il mio cervello ricordò dove avesse già sentito quell'odore di sangue e zolfo.
Due demoni, emissari dell'inferno, erano in piedi accanto alla voragine, fissandomi con aria seria.
Il più grosso fece un passo verso di me e prese fiato "Senti, ha ricominciato" disse indicando il buco mentre cercava di accennare un sorriso amichevole " Non è che potresti ancora …"
Sbuffai e gli diedi le spalle mentre rientravo in casa per andare a prendere l'attrezzatura. Lo sapevo – pensai – di notte non mi sveglio mai senza un motivo.

martedì 29 giugno 2010

Onironauta

Experiment

Solo … scappo. Sono ventisei ore che non dormo e che fuggo. Ho smesso di correre molto tempo fa, ma non posso fermarmi, non sono al sicuro. Non c’è un riparo.
È l’alba. Vedo oltre la collina una casa abbandonata. Cadente e sporca ma rassicurante. Almeno voglio far finta che sia così, sembra una visione paradisiaca. Voglio che sia un rifugio sicuro anche se so che non lo è. La stanchezza annebbia i miei pensieri.
Sembra distare un chilometro e i miei inseguitori ormai dovrebbero essere abbastanza lontani per non accorgersi della mia fermata; nonostante sarebbe così ovvio. Non c’è altro nelle vicinanze ma non ho più la volontà di continuare. E’ un rischio che voglio correre. Sono troppo stanco.
La porta non è stata chiusa a chiave, la richiudo dietro di me e non vedo le chiavi. Peccato, mi sarei sentito più tranquillo.
Cerco l’angolo più buio, nascosto e irraggiungibile della casa, nella cantina, in una piccola stanzetta dove dovevano aver fatto stagionare qualche cibo tipico. Sembra un sogno vedere il mio materassino aperto e steso sul pavimento.
Ci crollo sopra e chiudo gli occhi. Basta dare un momento alla mia coscienza perché mi lasci in pace per dormire. Finalmente.

Mi sveglio. Ho dormito quasi ventisei ore. Lui si è addormentato ed è meglio che lo protegga. Sta facendo così tanto per me. Vediamo dove siamo finiti. Sembra che abbia trovato una casa dove stare per un po’. Deve riposarsi.
Salgo al piano di sopra, il piano terra. Si è messo a dormire in cantina. Deve essere terrorizzato da quello che lo sta seguendo. In fondo chi non lo sarebbe.
C’è una cucina, un grande salone, stanze da letto al piano di sopra con materassi veri. Mi chiedo perché non abbia voluto andare a dormire lì.
Vediamo se in cucina c’è qualcosa di utilizzabile. Anche un tè andrebbe bene.
A quanto pare non è rimasto nulla. A parte qualche insetto affamato. Devo fare da vedetta. Al piano superiore c’è una finestra che ha una buona vista sull’alba. Se non ricordo male, dovremmo essere arrivati da lì.
Vorrei poter avere una sedia, ma non importa. Starò in piedi tutto il tempo necessario, dovessero anche passare dieci ore. Glielo devo. Se solo avessi la forza anche qui.
Con l’alba gli splendidi colori della notte scompaiono e lasciano posto al grigiore della luce. Quelle intense tonalità di giallo, arancio, rosso e viola che intagliano la nostra notte scompaiono, sostituite dal triste abuso di luce del sole.
Dovrebbe essere parecchio stanco ad aver camminato per tutto questo tempo; in questo loro sono molto più resistenti di noi. Di contro noi possiamo vedere e vivere un’esistenza diversa, più profonda. Forse più viva o più vera.
Meglio guardare anche dalle altre parti. Peccato che non possa uscire dalla casa, la porta è chiusa. Da solo non riuscirei ad aprirla, ma in due potrebbero aprirla. Sono confinato qui. Peccato, avrei voluto fare di più. Se lo merita.
La finestra sul retro non mostra nulla. Solo un prato infinito. Credo come quello che abbiamo attraversato per tutto questo tempo. Non ho potuto vederlo, ho dormito quasi per tutto il viaggio, ma l’ho percepito. Anche perché se avesse trovato altro, si sarebbe appisolato prima e non avrebbe aspettato così tanto tempo per riposare.
Torno su, all’altra finestra. Da qui non dovrei temere nulla.
Il sole comincia ad alzarsi, spero che possa dormire tutto il giorno. Sarebbe difficile, molto difficile riuscire a svegliarlo prima del tempo. A meno che non stia sognando. Stanco quanto è, la vedo dura.
Torno alla cantina e alla stanza per la stagionatura. Dorme pesante e senza sogni. Speriamo che esca da quella specie di coma. Così com’è non riuscirei a fare molto.
Davvero non riesco ad aprire la porta? Ho dormito parecchio e dovrei aver messo da parte un po’ di energia da usare. Proviamoci.
Niente da fare, le dita fanno presa ma non riesco a girare la maniglia. Buttarla giù è improponibile. Mi rassegno a proteggere dalla finestra al piano di sopra.
Il sole ha reso tutto grigio. Mi appollaio sul davanzale della finestra, cercando di mettermi comodo per far passare le ore che mi attendono.
L’ombra della casa diventa sempre più piccola man mano che il sole si alza e si porta allo zenit. Forse davvero riuscirà a dormire per il tempo che gli serve.
Oh cazzo, no. Eccoli. Sono tornati. Quel bastardo d’ombra e il suo amico avvolto nelle cinghie.
Camminano a stento, ma la figura nera non ha perso quel ghigno folle dal viso. Alza lo sguardo e mi vede. Merda! Me l’ero dimenticato. Ora sono certi che siamo qui. Devo andare a svegliarlo, ha riposato quasi sei ore, speriamo che sia uscito dal coma, o siamo nella merda.
Corro giù per le scale e guardo la porta, speriamo che sia più dura di quello che sembra. Resisti.
Eccolo.
Sta dormendo ancora profondamente. Nessun sogno dal quale poterlo svegliare. Come cazzo faccio. Mi serve qualcosa, un sasso o una lattina vuota. Qualcosa di leggero.
In cucina non trovo niente e in sala l’unica cosa di abbastanza piccolo è un porta candela in ottone. Ma è troppo pesante.
Hanno raggiunto la porta. Stanno cercando di aprirla, ci stanno armeggiando.
Devo tornare sotto, se mi trovano qui da solo è finita.
Si è girato nel materasso ma continua a non sognare. Maledizione. Cerchiamo un sassolino, ci sarà qui sotto no?
Guardo per terra, in cerca di un qualsiasi frammento abbastanza leggero da poter portare via ma niente da fare. Sento la porta di casa aprirsi e anche richiudersi. MERDA! Ce l’hanno fatta. Qui si mette male, non sono mai stato così vicino all’annichilamento. Cazzo. Svegliati.
Gli porto le mani sul corpo e cerco di scuoterlo. Sento i passi avvicinarsi, stanno diventando sempre più veloci. Non riescono a correre, sono troppo stanchi, ma si sentono già alla meta. Mi sono rimasti solo pochi secondi. Urlo con tutto il fiato in corpo “DAI SVEGLIATI!” ma non mi può sentire, non sta sognando. Continuo a scuoterlo ma non c’è nessuna reazione. I passi si fermano, guardo l’uscio della stanza. Eccoli.
Mi fissano e il ghigno dell’ombra si fa ancora più largo e bianco.
E’ l’ultima chance. Mi lascio cadere su di lui.

Cado sul materasso.
Sono sveglio. Ma cosa è successo? Non ricordo nemmeno di aver sognato. Ho dormito solo sei ore. Mi sento già meglio, ma so che non posso restare qui ancora a lungo. Rischio di farmi prendere.
La porta di casa è ancora chiusa ... ci sono delle impronte … cristo … devo esserci andato vicino.
Spero solo di averlo salvato, aver fatto tutta questa fatica per niente sarebbe uno smacco.
Meglio rimettersi a correre per un po'.

sabato 5 giugno 2010

Is that time again?

Sono circa due settimane dell'ultima "pubblicazione".
In questo periodo ho sondato tre possibili storie da portare avanti, oltre che due revisioni che vorrei fare.

Partiamo dalle tre storie.
Avevo lasciato in sospeso la pistola e il carillon, mentre nel frattempo avevo cominciato ad abbozzare qualcosa su una storia in un ambientazione post-apocalittica.
Quest’ultima si potrebbe chiamare “L’apocalisse di San Lorenzo”. Non vi spaventate, non si tratta di niente di religioso, ma solo di … coincidenze. Credevo di avere la storia e mi ci sono impegnato, ma alla fine mi sono reso conto che avevo solo l’ambientazione. Non male visto che ho sempre desiderato l’idea di scrivere una storia del genere. Ora è accantonata in attesa di una nuova iniezione di idee.
La storia del carillon, temporaneamente archiviata come Legacy, è completa, ma ho paura che non abbia il giusto spessore per il semi-horror che dovrebbe essere. Non ho metabolizzato appieno ancora il protagonista e il suo… mi fermo qui.
Ho preso coraggio e sto cercando di scrivere la storia della pistola, del filone (o quello che spero possa diventarlo) Versus. Il mio grande obbiettivo è riuscire ad introdurre un’ambientazione nella narrazione senza risultare noioso o ossessivo.

Per le revisioni, stavo pensando di riprendere in mano il dossier di Sophie Farmer, la famosa punk, e di rimetterlo in ordine. Quel racconto merita qualcosa di più che non sono riuscito a dargli al momento giusto.
La seconda revisione sarebbe solo una dolce rifinitura di Cinical (dovrò anche trovare un titolo migliore?), dato che mi piace come racconto e merita una nuova ondata di attenzione da parte mia.

Mi dispiace non avere nulla di più da farvi leggere per ora.

Buona notte e buona fortuna.

martedì 18 maggio 2010

Awake and guilty

Fair deal - Part 4

Ognuno aveva raggiunto il suo obiettivo e ottenuto quello che voleva.
Samantha si crogiolava nell’estasi del sangue fresco che le stava impregnando il corpo mentre Roberto era riuscito a riavere Sara. Il suo corpo era libero da quel misto di sensazioni che lo opprimeva dal suo risveglio. Il suo petto era libero e respirava con serenità. La sua mente era appagata ed il suo corpo era dolorante, ma non riusciva a sentirlo in quanto il piacere della droga lo anestetizzava. Rispetto a prima il sollievo era enorme; era in pace.
L’effetto stava passando il suo massimo e avrebbe avuto una decina di minuti prima di ritrovarsi faccia a faccia con i risultati delle sue azioni. Avrebbe approfittato del bagno libero per darsi una ripulita ed andarsene subito. Scattò in piedi per andare verso la toilette ma la reazione del corpo lo immobilizzò sul posto. Alzandosi gli si era oscurata la vista, perdendo in un attimo la visione periferica e la percezione dei colori. Rimase fermo per una buona manciata di secondi e la vista riprese la sua normale funzionalità. Era la prima volta che gli succedeva e non ci volle molto per capire quanto brutta fosse la sua situazione. Si diresse verso la destinazione, cercando di evitare il suo riflesso nel piccolo specchio appeso alla parete.
Nel frattempo, nella stanza da letto il sogno stava scomparendo, lasciando che la realtà tornasse a prendere il posto lasciato dal cottage e da Sara. Quando rientrò dal bagno quello che trovò fu solo uno squallido locale notturno ed un corpo stupendo che si prostituiva mosso dal richiamo del sangue.
Raccolse i propri abiti dalla sedia e da terra per poi rivestirsi, seduto sull’angolo del letto, mascherando la fatica della sua situazione. Sentiva la sua pelle fredda e sudata, il cuore era in tachicardia e la sua mente faticava sempre di più a concentrarsi man mano che il tempo scorreva. Un presentimento si era fatto strada nei suoi pensieri, percepiva la fine vicina; più di quanto avrebbe mai voluto. Aveva sempre sperato che potesse coglierlo impreparato, magari durate un morso di Samantha, in mezzo al piacere, con l’immagine di Sara impressa nei suoi occhi – avvisarlo del suo arrivo era il tiro peggiore che potesse fargli. Non voleva poter riflettere su ciò che sarebbe successo, come aveva sempre fatto da quando aveva scoperto Samantha e il Grungy. Avrebbe voluto chiudere con il poco futuro rimasto in un colpo solo; indolore. Ma adesso capiva che non sarebbe stato così. Avrebbe sofferto.
Stava aggiustandosi il maglione quando sentì il materasso distendersi. Samantha si era alzata dal letto per dirigersi verso il bagno camminando a piedi nudi; i passi, che risuonavano sordi sulle piastrelle dell’altra stanzetta, vennero coperti dal rumore dell’acqua della doccia che cominciò a scorrere. Roberto finì di rivestirsi e si alzò per raggiungere la porta. Portò la mano sulla serratura e la fece scattare. Prima che la sua mano potesse abbassare la maniglia, lei si schiarì la gola tono di ammonizione. Voltandosi vide Samantha con ancora addosso l’intimo nero che le aveva portato, poggiata con una spalla contro la parete.
“Dimentichi niente?”
Roberto trovò insolita la sua richiesta e diresse la mano istintivamente sulla tasca del portafoglio. In risposta lei sbuffò e si avvicinò, recuperando nel tragitto il gilet azzurro di Sara dalla sedia.
“Parlavo di questi. Che fai, li lasci qui?”
Sulla sedia e a terra giacevano gli abiti di Sara ed il borsone era relegato in un angolo.
“Ti stanno così bene addosso …” osservò quel corpo perfetto per poi perdersi nei suoi occhi un’ultima volta “Tienili. A me non serviranno più”. Sapeva che non avrebbe avuto la forza per portarsi dietro quel fardello e cominciava anche a dubitare di riuscire a tornare a casa.
Prima che Samantha potesse replicare, Roberto la strinse a sé. “Grazie” le sussurrò; lui non sapeva come altro esprimere quanto le fosse grato per quello che era riuscito a rivivere questa notte. L’abbraccio tradiva un profumo di addio che qualunque donna sarebbe stata capace di riconoscere ad istinto, ma non lei. Non era più parte di quell’insieme.
Si lasciarono in silenzio in quanto le parole del saluto morirono in bocca ad entrambi. Roberto voltò le spalle alla camera e superò l’uscio. La porta gli si richiuse dietro.
Senza Samantha quel corridoio sembrava più buio e più vuoto. Era solo con se stesso e doveva muoversi a raggiungere il suo appartamento, il tempo era contro di lui.
Cominciò ad avviarsi verso il salone del locale ma al primo passo quasi si ritrovò a terra. La gamba l’aveva sostenuto a malapena e stava tremando sotto il suo peso. A stento riusciva a controllare il suo corpo – in piena ribellione. Aveva dato priorità alla sua anima e il fisico aveva raggiunto il limite; ora gli stava presentando il conto per tutti maltrattamenti subiti. Le forze lo stavano abbandonando ma lui continuava a mentire a se stesso. Si convinceva di riuscire a raggiungere casa sua, sdraiarsi sul letto e dimenticare tutto; poter ricominciare una nuova vita l’indomani, scusandosi con Andrea, richiamando i suoi genitori, riallacciando le amicizie e tornando dallo psicologo, ma sapeva che non c’è l’avrebbe fatta. Con le forze che gli rimanevano sarebbe stato impossibile arrivare alla panchina della metropolitana, figurarsi sprofondare con la testa sul suo cuscino. Sarebbe stato un miracolo riuscire a raggiungere il guardaroba per riprendere la sua giacca.
Nonostante la situazione e l’assenza di forza, il dolore latitava. Era ancora anestetizzato dalla sua droga e doveva sfruttare il poco tempo rimasto per andarsene da lì. L’idea che potesse svenire nel salone principale del Grungy Red, in mezzo alla calca di vampiri che a quest’ora invadevano il locale era poco allettante; preferì girare su se stesso per dirigersi verso l’uscita più vicina: la porta di servizio sul retro del locale. Non sarebbe stato capace di andare più lontano di così. Percepiva la morte in attesa dietro di essa, doveva prepararsi a soffrire.
Dopo quasi un minuto di passi stentati, spinse con il peso del corpo il maniglione antipanico e l’aria limpida e gelata della notte gli purificò i polmoni intossicati dall’eterno miasma che regnava nel locale. Il freddo gli sfregiò il viso e la pelle. Si rimproverò di aver lasciato la giacca imbottita nel guardaroba.
Poggiò la schiena contro la parete di cemento e si lasciò trascinare giù fino a sedersi a terra, nello sporco che invadeva la stradicciola.
Ecco il dolore che cominciava a salire. L’inerzia data dal misto di piacere ed emozioni che l’aveva portato fino lì era svanito, lasciandolo in preda ai rimorsi che avevano atteso quieti la sua uscita da quel rifugio temporaneo. Adesso avrebbe fatto i conti con loro.
Estrasse il portafoglio ormai pieno solo di una foto, la più importante: lui e Sara. La coppia perfetta guardava sorridente verso l’obiettivo della macchina fotografica. Eccola lì, la sua anima gemella. Roberto fissava il volto angelico di lei, con i suoi lisci capelli neri a caschetto da ragazzina che lo facevano impazzire, quegli occhi azzurro ghiaccio capaci di mozzare il fiato e la piccola, inimitabile cicatrice sotto il mento.
Possibile che non ti ricordi più di me? – chiedeva a se stesso – Possibile che dopo esserti trasformata in quel corpo senza vita mossa solo dal richiamo del sangue, ti sia davvero scordata della tua vita passata? Solo l’iniziale del nome è rimasta. Esse come Samantha, esse come Sara.
In quell’ultimo momento di lucidità, un pensiero corse all’unica persona che gli era stata vicina.

Il telefono fisso di Andrea suonò nel cuore della notte. Si alzò di scatto dal letto – non era ancora riuscito ad addormentarsi – raggiungendo il telefono al terzo squillo. La voce portava con sé il mancato tentativo di prendere sonno.
“Pronto, chi è?”
“Mi dispiace” un sottile filo di voce si fece spazio nel silenzio della telefonata.
“Roberto?” bastò un secondo per capire “ ROBERTO! Dove cazzo sei? Al Grungy?”
“Mi dispiace” la voce si ruppe in un pianto.
“Oh merda, ti chiamo subito un’ambulanza. Cristo non fare scherzi! Non morire, resisti ti prego …” Andrea corse in camera a prendere il cellulare sul comodino. In un lampo aveva già digitato il numero del pronto soccorso e stava indirizzando un'ambulanza al Grungy Red, ma Roberto non riuscì a vedere i soccorsi.

Al funerale presenziarono i genitori ed una ristretta cerchia di amici smossi dalle parole di Andrea. Nessun altro, oltre a lui, versarono lacrime alla cerimonia.

mercoledì 21 aprile 2010

Sweet dreams

Fair deal - Part 3

Prendendo come metro di paragone il corridoio, qualsiasi stanza avrebbe avuto un aspetto più accogliente. Non si trattava di una stanza d’albergo a cinque stelle, ma era sufficiente a far sentire a proprio agio i clienti delle ragazze del locale per qualche ora. Un comodo letto a due piazze occupava il centro della stanza e un piccolo bagno piastrellato con doccia era nascosto dietro l’unica parete divisoria. Anche qui le tonalità giocavano sul viola, compresa la moquette che copriva per intero il pavimento, mantenendo inalterato il tema del salone principale. Il profumo di lei aleggiava leggero nell’ambiente.
Roberto era seduto sul letto e Samantha lo scrutava poggiata sulla parete di fronte a lui. Attendeva una mossa dal ragazzo in quanto, durante le visite quotidiane degli ultimi giorni, si erano già detti tutto e l’ultima cosa che voleva sentir uscire dalla sua bocca era la parola Sara; l’argomento era stato trattato fino in fondo e non voleva più tornarci sopra. Aveva capito quanto Roberto avesse tenuto a quella ragazza, ma le emozioni erano qualcosa al di fuori della sua competenza, ormai ridotte a semplici e meri simulacri ricreati ad arte per quelle occasioni. Anche se fosse ripartito con quella storia non sarebbe stata scortese o severa con lui, almeno non più del necessario; la trattava sempre bene, meglio degli altri clienti, e voleva tenerselo vicino in quanto era l’unico che le dava quanto serviva per andare avanti senza fare la minima storia. Proprio per via di quel suo comportamento lei avrebbe preferito incontrarlo meno frequentemente, ma lui sembrava insistere a volerla vedere tutte le sere. Samantha sapeva che lui, andando avanti così, sarebbe durato ancora poco.
Roberto poggiò il borsone a terra dopo che era stato tenuto in grembo fino a quel momento. Lo sguardo di lei mutò “Hai portato quello di cui mi accennavi ieri notte?”, chiese con aria più amichevole.
“Certo, è tutto qui”, lo spinse verso di lei.
Samantha si portò accanto una sedia e ci si sedette sopra.
“Vediamo”, si allungò in avanti e lo avvicinò a sé. Aprì la cerniera e, incuriosita, cominciò a estrarre dalla borsa i vestiti di Sara. La prima a mostrarsi fu la camicetta a maniche corte bianca accuratamente ripiegata, secondo il gilet scollato grigio azzurro che si sposava con i suoi occhi, a seguire i jeans attillati neri a vita bassa che le piacevano tanto e che metteva solo per le occasioni speciali, poi il fine intimo nero che le aveva regalato per la gita in collina e, per ultime, le scarpe da ginnastica bianche.
Guardò a fondo dentro il borsone, senza trovare altro. “Tutto qui?”, chiese quasi stupita “Mi aspettavo chissà quale perversione”.
Nello scorgere i calzini di seta blu arrotolati nelle scarpe, allungò la mano e ne prese uno “Comunque vedo che non hai tralasciato alcun dettaglio”, commentò mentre lo apriva e lo faceva dondolare. Poi si lasciò andare sullo schienale della sedia mentre lo guardava, in attesa.
“Quindi … per stasera, li indosseresti?” la voce ebbe un tremolio nonostante gli sforzi per apparire tranquillo. La paura che rifiutasse di prestarsi a quello che doveva sembrargli un gioco privo di senso era sempre dietro l’angolo.
“Certo, vuoi guardarmi mentre li indosso?” chiese senza malizia nella voce.
“Non mi fa differenza”
“Nemmeno a me”
“Allora preferisco guardarti”.
Poggiò gli abiti ripiegati sul comò accanto a lei, allontanò il borsone e cominciò ad accennare uno spogliarello. Roberto le rivolse il palmo della mano come a volerla fermare “No, per favore, cambiati normalmente … come se non ci fosse nessuno a guardarti”.
Sul momento lei alzò le sopracciglia, stupita, per poi fare spallucce, tornare a sedersi e cominciare a cambiarsi ignorandolo come da sua richiesta.
Roberto calibrò il suo sguardo per cogliere tutti i dettagli a lui cari in quei momenti d’intimità: come incrociava le braccia per togliersi il maglioncino, il modo in cui si levava le scarpe, l’espressione assente degli occhi, ma concentrata del volto, mentre sganciava il ferretto dietro la schiena; un collage d’immagini che lo portavano ad un mese fa, prima della perdita. L’unica cosa che voleva ignorare era la carnagione di Samantha. La tonalità smorta e pallida della pelle e le occhiaie scure nascoste alla meglio dietro al trucco lo distraevano dal suo obiettivo.
Quando lei cominciò ad indossare i vestiti di Sara partendo dall’intimo, Roberto, senza richiedere nessuno sforzo ai suoi sensi, completò l’inganno e il passato cominciò a intrecciarsi alla realtà del presente. Attorno a loro scomparve quella triste stanza nel retro del Grungy Red venendo rimpiazzata dal bellissimo cottage di montagna della gita. Sara era di nuovo con lui e la vedeva rivestirsi davanti a sé dopo quella mattina incantata, favolosa e unica. Rivivere in modo così reale quel frammento di passato lo toccò nel profondo. Le lacrime erano pronte per uscire.
Liberò i capelli dal gilet appena indossato, finì di aggiustarsi il colletto e s’infilò le scarpe per poi alzarsi e guardarlo negli occhi.
“Sono perfetti, sembrano fatti su misura per me. Come hai fatto?”
“Non importa, sarebbe inutile parlarne”
Un interminabile secondo di silenzio si frappose tra i due.
“Le somiglio davvero così tanto?”
“Più di quanto tu ti possa mai immaginare”, la voce era scossa dall’emozione.
Forse lo lesse nella sua mente o forse il suo viso lo esprimeva in modo così evidente che le sarebbe stato impossibile sbagliarsi. Poggiò una mano sul fianco, spostò il peso sulla gamba opposta e gli sorrise inclinando un po’ la testa. Una lacrima traditrice scivolò rapida sulla guancia di Roberto. Eccola lì, la sua Sara.
Rimase a fissarla per un tempo infinito che gli sembrò comunque troppo breve.
“Vuoi continuare a fissarmi ancora per molto?”
“Scusami, non volevo metterti a disagio”
“Non sono mica a disagio”, il tono si stava caricando di sensualità “volevo solo sapere se potevo cominciare”
Samantha prese l’iniziativa e si avvicinò al letto. Poggiò le ginocchia sul materasso, di fianco a quelle del ragazzo, e con una lenta e delicata spinta della mano lo fece sdraiare. Lo guardò ancora per un istante per poi chinarsi su di lui e portare le labbra sulle sue.
Roberto si sentiva avvolto nel suo aroma, miscelato da quelle due note caratteristiche. Ma, mentre il profumo francese che si metteva non era mai cambiato, l’odore della sua pelle – che tanto aveva amato e gli stimolava la memoria in modo così forte – sembrava deteriorarsi. Incessante, un tono acre e pungente prendeva il sopravvento di giorno in giorno, sottolineando come quel corpo stesse marcendo.
Lei tornò a sedere dopo il bacio, mostrandogli un altro letale sorriso. Si alzò, si tolse il gilet e cominciò a sbottonarsi la camicetta per sfilarsela, invitando Roberto a fare lo stesso con il suo maglione.
I due capi furono lanciati sulla sedia dietro di loro e tornarono a sdraiarsi assieme sulle coperte amaranto. La accolse tra le sue braccia percependo rassegnato il freddo della sua pelle nonostante cercasse di non sentirlo. Faceva il possibile per ignorare ogni stimolo capace di allontanarlo dal suo sogno nel cottage. Lui voleva stare con Sara. Desiderava quel frammento di passato tanto agognato almeno ancora per questa notte.
Passarono intrecciati assieme diversi minuti carichi di passione. Roberto era ormai incapace di discernere la realtà dall’immaginazione alimentata dai suoi ricordi. Nell’estasi di quei momenti lui non era con Samantha, ma con Sara. Quelle sensazioni, quel rivivere così tangibile il suo passato, era la sua personalissima droga, capace di portarlo sull’orlo della morte ogni sera. Correva sul filo dell’overdose senza preoccupazione alcuna in quanto la sua esistenza aveva perso ogni significato. Era meglio prendere quello che poteva finché c’era un respiro a tenerlo in vita.
Samantha da parte sua aspettava impaziente la condizione migliore per prendersi il meritato tributo e nel frattempo cercava di simulare al meglio un piacere che non poteva più far parte della sua esistenza. Il momento giusto le capitò quando si trovarono sotto le coperte, l’uno sull’altra, in vista della conclusione. Scarpe e pantaloni avevano trovato il loro posto sulla moquette per terra.
Era sdraiata supina sul materasso quando portò le braccia dietro il collo di Roberto e si avvicinò al suo viso. Cominciò a baciarlo partendo dal mento, per scendere verso il pomo d’Adamo e infine portarsi a cavallo tra il collo e la spalla dove poté affondare i denti nella carne. Ora anche lei provava un vero piacere, il più puro ed il più potente della sua vita.
Quel delicato pungere lo fece destare dal suo sogno. Nonostante gli sforzi del suo cervello nel farlo rimanere aggrappato al suo passato, il morso lo riportò alla realtà. Era migliorata parecchio dalle prime volte e con l’esperienza stava diventando quasi indolore, ma riusciva ancora a percepire il defluire del sangue e delle forze nel corpo di Samantha. Dopotutto era una vampira come tutti gli altri bastardi che appestavano quel locale merdoso.
Prenditi pure fino all’ultimo goccio della mia vita – pensava dentro di sé – che questo bellissimo istante possa essere anche l’ultimo. Niente ora vale di più.