martedì 12 aprile 2011

Le vittime di Murphy

La dura legge è sempre legge

Un altro volo di rientro e tutto lo schema si ripeteva con grande precisione come per i sette anni precedenti, nonostante la media di due voli internazionali al giorno, cinque giorni su sette, per tutte le settimane dell’anno.
Passavo il controllo della carta d’imbarco, il metal detector, facevo passare il bagaglio a mano, lo aprivo, lo facevo ispezionare – non senza le solite domande in merito – e attendevo al gate, questa volta il numero sedici, l’imbarco per il mio volo.
Si profilavano ancora venti minuti di attesa prima che cominciassero a far salire i passeggeri e decisi di leggere il giornale per ammazzare il tempo; la scrematura dei possibili candidati a starmi vicino per questo volo era già andata a buon fine, trovando tre persone che possedevano tutti i requisiti necessari. Questa volta era stata anche più facile del previsto anche se non ho mai fallito in vita mia. Ho un dono per questa cosa.
Ognuno di noi nasce con un attitudine. Qualcuno è fortunato; la scopre fin da piccolo e coltivandola con passione riesce a diventare un maestro nel proprio campo. Un sacco di sportivi, artisti o scienziati famosi hanno percorso questa strada. Altri meno; scoprono la loro attitudine tardi. Di questi, alcuni riescono anche a trovare la forza di volontà e la capacità di recuperare gli anni persi mentre tutti gli altri si limitano a guardare da bordo campo quello che accade in un mondo del quale si vorrebbe far parte. I rimanenti portano con sé nella tomba il loro dono, senza riuscire a scoprire quale fosse quella caratteristica innata che la natura gli conferì al momento della nascita per fargli capire che non erano stati dimenticati. Perché tutti siamo stati toccati da lei per farci sapere che siamo nati con uno scopo nella vita. Ma nel mio caso, vi assicuro, avrei davvero voluto che si fosse dimenticata di me.
Non fraintendetemi, esistono un sacco di capacità ammirevoli. Una volta ebbi modo di incontrare un ragazzo che era capace di trovare l’acqua nel sottosuolo con l’ausilio di un semplice bastone di legno. Era qualcosa che aveva scoperto da piccolo e che aveva affinato con il tempo per renderla infallibile. Mi disse che quell’abilità si chiamava rabdomanzia.
Per il mio di dono, invece, non esiste un termine specifico, ma sono quasi certo che esista una legge di Murphy in merito e credo che porti anche il mio nome. Dovrebbe recitare pressappoco così: Murphologia – Sezione Frequent Flyer – Legge di McAllister sulla compagnia. “Se stai per cominciare un lungo viaggio e vuoi sapere chi ti siederà vicino, cerca al gate d’imbarco la persona più molesta, maleodorante, antipatica e brutta… sarà lui”. Questa ha funzionato per ogni viaggio della mia vita nonostante non mi sia esercitato una sola volta; anche quando ho provato con tutte le mie forze a contrastarla ha sempre trovato il modo per ribaltare la mia scelta e compiere il suo volere.
Per il volo di oggi i candidati erano tre: un grassone barbuto con un completo di velluto marrone che – oltre ad avere un aspetto parecchio inquietante – era capace di assordare chiunque gli stesse vicino solo tirando su con il naso, una racchia anoressica sulla quarantina con gli occhi sporgenti in cerca di qualcuno con cui lamentarsi delle innumerevoli storia finite male ed un adolescente parecchio teso – probabilmente al primo volo – con la tensione dipinta sotto le ascelle ed il piede d’atleta che, sommato alla brutta abitudine collettiva di togliersi le scarpe in aereo, avrebbe dato la possibilità a tutti i vicini di condividere con lui il suo problema.
Niente di preoccupante, erano nello standard; mi era capitato di molto peggio nella vita. Per soggetti del genere mi ero fatto il callo: erano l’equivalente di una rassicurante routine quotidiana.
Più si avvicinava il momento dell’imbarco dei passeggeri e più cominciai a credere che vicino a me si sarebbe seduta l’anoressica delusa. Con gli altri due mi sarei dovuto sorbire odori e rumori sgradevoli; una pena che mi veniva afflitta involontariamente e che sarei riuscito a compensare, almeno in parte, con i sistemi di intrattenimento di bordo. Ma con lei non avevo la certezza che avrei potuto farlo; era l’unica che sarebbe stata capace di privarmi di quell’unico sollievo tediandomi attivamente per tutto il viaggio, probabilmente con discorsi noiosi e con personali teorie su quanto fossero stronzi gli uomini. Se l’avessi ignorata non avrei fatto altro che avvalorare la sua tesi e dargli ulteriori motivi per argomentare con me in merito. Sarebbe stato molto importante reagire con calma, con una serie di risposte calibrate, per superare quel campo minato senza lasciarci pezzi o morire nel tentativo. Era un sistema che aveva avuto successo in altre occasioni.
All’apertura dell’imbarco ero già in ottima posizione e riuscii a passare il controllo biglietto per primo. Salii sull’aereo e, salutando gli assistenti di volo, mi diressi verso il mio posto lato corridoio. Se posso scelgo sempre un posto lato corridoio, mi da la possibilità di fuggire senza disturbare il vicino; se non ne trovo nemmeno uno libero – cosa difficile – ne prendo uno attaccato al finestrino. Finire in una fila centrale equivaleva a finire con avere affianco non uno, ma due molestatori. Questa è l’unica contromisura efficace che posso adottare per limitare i danni.
Dopo aver riposto il bagaglio nello scompartimento sopra la mia testa, mi lasciai andare sul sedile ad occhi chiusi, volendo mantenere la “sorpresa” intatta fino all’ultimo istante. Avrei avuto le sei ore successive per averci a che fare.
Con il passare dei minuti percepii come i tre molestatori designati occuparono dei posti nelle file precedenti o successive alle mie. Non ebbi il tempo di capire cosa stesse succedendo che una voce interruppe i miei ragionamenti.
«Scusi?»
Quella voce angelica mi fece sobbalzare sul posto. Aprii gli occhi e scoprii che un bel viso dai capelli corvini mi stava osservando impaziente.
Nonostante la confusione mentale di quel momento, cercai di fare un sorriso rassicurante dopo il «Prego». Dall’espressione che fece lei nel vederlo, supposi che non riuscii a far nient’altro che un ghigno da maniaco. Mi feci il più piccolo possibile per farla passare e la osservai mentre mi sfilava davanti per prendere posto. Era una delle donne più attraenti che avessi mai visto.
Finito di allacciarsi la cintura di sicurezza, cominciò a giocherellare con il sistema d’intrattenimento di bordo. Nel frattempo la mia mente si spremeva alla ricerca di una possibile motivazione logica dietro a questo evento anomalo, ottenendo come risposta cinque ipotetiche soluzioni. La prima: dopo tutta la fatica di questi anni di viaggi con accanto le persone più fastidiose del pianeta, eccoti premiato per tutta la tua fatica; goditi questo momento di gloria. La seconda: Questa è l’eccezione che conferma la regola; mettiti il cuore in pace, dal prossimo volo si ricomincerà. La terza: C’è stato un errore; lei ha preso il posto di uno dei candidati e fra poco tutto tornerà come previsto. La quarta: questa è davvero la persona più molesta del volo, quindi occhi aperti, molta cautela in quello che dirai e attento a dove andrai a finire. Quinta: lei ha una legge di Murphy più potente della mia e io sono la sua punizione.
La mia tranquilla, seppur spiacevole, routine quotidiana era stata spezzata senza il minimo preavviso e non mi sarei rilassato fino a quando non avessi capito quale fosse la soluzione all’anomalia. Se volevo scoprirlo avrei dovuto fare io il primo passo e quindi cominciai a pensare un argomento di conversazione che fosse il più naturale possibile. Non sarei riuscito a sopportare di rimanere in quello stato per tutte e sei le ore di volo.
Mentre scartavo domande banali come “È il tuo primo volo?” o peggio “Sei una frequent flyer?” la sua voce si fece strada sopra il calmo sibilo dei motori che cominciavano a smuovere l’aeromobile sulla pista.
«Sei in viaggio di lavoro?»
«In un certo senso… il mio lavoro mi obbliga a volare tanto, il tuo?»
«Solo una volta»
«Come?»
«Ho detto: solo una volta»
«Nel senso che è la prima volta che voli per lavoro?»
«No, nel senso che questa sarà l’unica per la quale volerò per lavoro»
«Permettimi, che lavoro fai?»
Lei non riuscì a frenare un sorriso malizioso prima della risposta «Lavoro per una multinazionale che lavora un po’ dappertutto»
«Di che vi occupate?»
Rifletté per qualche secondo portando gli occhi verso l’alto con fare pensieroso.
«Politica», rispose.
«Politica?»
«Politica», annuì.
«E come mai diretti a Caracas?»
«Dobbiamo andare a recuperare dei colleghi»
«Recuperarli? Come mai? Non… non possono prendere un aereo da soli?»
«Diciamo che dobbiamo andare lì per sbrigare delle pratiche. Ecco vedi… non possono lasciare il paese se non hanno un… visto e stiamo andando lì per recuperarglielo»
«Interessante» risposi, anche se mi ero accorto che qualcosa non tornava a livello legale.
«Tu che lavoro fai?»
«Uno dei più noiosi del mondo. Fai conto che gran parte del mio tempo è speso ad attendere»
«Non sembra un gran lavoro»
«No, non lo è… anche perché di solito attendo sempre senza che poi succeda niente»
«Uh, sembra proprio un lavoro del cazzo»
Mi scappò una risata, «Beh, non mi lamento. C’è di peggio… c’è sempre di peggio»
In quel momento i motori vennero portati a piena potenza e fecero correre l’Airbus sulla pista fino al decollo. A seguire ci furono i rumori di carrelli, flap e slat che si ritraevano. Infine le orecchie si abituarono al rumore di fondo.
Lei guardava incantata il mondo che si faceva più lontano ad ogni istante. Prima che potessi riattaccare discorso mi disse che voleva guardare un film e da quel momento in poi ci furono due ore di totale tranquillità nell’aereo. Quanto a me e alla mia risposta a quell’anomalia della mia legge di Murphy, non sapevo ancora a quale ipotesi credere; forse mi stavo preoccupando troppo. Lasciai che le cose scorressero e nel frattempo socchiusi gli occhi per gustarmi una pace appena scoperta.

Mi svegliò e il primo pensiero che mi passò per la mente fu “Dannazione, non dovrei appisolarmi”. Il suo viso d’angelo mi stava fissando con un’espressione carica di ansia.
«Che succede?»
«Devo andare in bagno e…» con un gesto mi fece capire che non c’era spazio.
«Oh, scusami», mi alzai e la feci uscire.
Tornai a sedermi e la guardai procedere lungo il corridoio in direzione della toilette. Notai subito come non si diresse verso i bagni più vicini – un paio di file dietro i nostri posti – ma si diresse verso i bagni a prua. Raggiunta la penultima fila prima della toilette, si fermò a parlare con un’altra persona. Con questa si scambiarono giusto due parole per poi girarsi e assieme mettersi a parlare con un altro; questo a sua volta si girò guardando in fondo al corridoio, alla ricerca qualcosa. Una quarta persona, da lì dietro, fece un cenno che venne corrisposto dagli altri tre. Lei annuì per poi riprendere a camminare verso la prua dell’aereo quando – un attimo prima che la tenda divisoria della zona servizi la coprisse completamente – la vidi estrarre una pistola Glock dalla sua fondina nascosta sotto la giacca.
Il primo pensiero che mi passò per la mente fu dirottamento.
Il secondo pensiero mi accese un sorriso amaro. Si chiamerà Legge di Murphy per qualcosa, no?
Il terzo pensiero mi aprì il sorriso da un orecchio all’altro. Ve l’avevo detto che sono uno sceriffo dell’aria?

giovedì 31 marzo 2011

Net sailing

Appunto per racconto cyberpunk 2/3

La prima generazione era un casino. Non la usa nessuno. È stata una cosa per drogati della rete, per pionieri, per folli.
Attacchi grossi come prese scart su tutta la schiena, quattro innesti elettrici e altrettanti processori. Con l’ingresso della Biochips nel mercato, e i primi nano processori, le cose migliorarono. Bastavano due attacchi elettrici e le centraline erano più piccole e veloci. Ma la schiena rimaneva comunque grottescamente sfigurata.
La seconda generazione è stata la prima disponibile all’ampia utenza. Più economica della prima, un solo processore e parecchi innesti a jack nelle vertebre. Potevi avere una vita normale, senza doverti preoccupare dell’aspetto della tua schiena. È quella con cui hanno corso e tutt’ora corrono i migliori. Quarta a parte.
La terza sembrò un grande passo avanti. Un unico processore a livello dell’ottava vertebra con un solo spinotto che portava alimentazione e cavi coassiali per i comandi. Molto economica, è stata una rivoluzione di massa ma risultò che era per hobbysti. Qualche esperto provò a farsela installare al posto della seconda, ma non riuscirono ad avere le prestazioni della seconda e tornarono indietro. Il problema? I cavi erano troppo vicini e creavano interferenza tra di loro nonostante la schermatura. Uscirono cavi con isolamento migliorato, ma il problema era anche nelle porte. Cambiarono le porte ma il problema migrò nelle centraline alla fine risultava che era proprio il concetto di trasposizione mentale-informatica che generava il problema. Le interferenze sono endemiche. Irrisolvibili. La seconda generazione rimaneva la migliore per i grandi.
Poi arrivò la quarta.
Qualcosa che vorrebbero tutti. È perfetta, veloce quanto la seconda, se non di più. Un solo attacco grande quanto una moneta da due euro e un cavo sottile. Una vera manna – per chi se la può permettere. É un evoluzione della terza. Hanno miniaturizzato tutto e cambiato la logica di trasposizione. Non dà più interferenze e il cavo trasporta i dati con la fibra ottica. È perfetta. Ci sono solo due tipi di navigatori che la usano, i migliori – che hanno i soldi per potersela permettere – e i bastardi, gente senza grandi abilità che si vende per lavorare protetto sotto la bandiera di una corporazione.
Diffida di uno poco bravo con la quarta. Sempre.

lunedì 28 febbraio 2011

Log on

Appunto per racconto cyberpunk 1/3

Lo spinotto dell’alimentazione è il più delicato.
Come tutti gli interruttori elettrici che si rispettino, poco prima dell’innesto hanno un picco di tensione. É fisica, non si può evitare. Te lo assicuro, non è mai bello sentire la scintilla che corre per la spina dorsale fino al gruppo di alimentazione del nano processore alla base della cervicale. Bisogna inserirlo con decisione e precisione altrimenti avrai a che fare con le urla più terrificanti e comiche che tu abbia mai sentito; anche se le tensioni sono basse. Credimi.
La parte migliore? Almeno questo è piccolo e sottile e una volta girato l’innesto a baionetta non da più molto fastidio; e si scalda subito.
Molto peggio sono i jack per il trasferimento sensoriale. Ogni gruppo di fasce nervose legato ad una particolare funzione ha un attacco a jack che ricorda molto le vecchie cuffie da 6,35mm. Gli attacchi sono distribuiti lungo le vertebre e hanno una doppia funzione: inibiscono i comandi trasmessi verso il corpo e li dirotta all’elaboratore. L’attacco è facile e diretto, proprio come quello degli altoparlanti, ma il vero problema di questi spinotti è l’inerzia termica. Sono grossi e troppo freddi. Sempre. Non si scaldano mai quegli stronzi. È come infilarsi un dito ghiacciato nella schiena.
Per stavolta sei fortunato, te li abbiamo scaldati, ma abituati a trovarteli ghiacciati. Quando salti nella rete per un emergenza non hai nemmeno il tempo per pensare, figurati scaldare questi bastardelli.

venerdì 28 gennaio 2011

Torneremo assieme

Contest Gennaio 2011 - Deviantart - AmiciNeiSogni

Continui a non parlarmi.
Te lo ricordi la prima volta che siamo stati in questo albergo? Eri così entusiasta; quando hai saputo che saremmo di nuovo stati da queste parti, hai fatto di tutto per poterci tornare assieme. Ti piaceva proprio tanto. Come non comprenderti: di fronte alla spiaggia, cinque stelle, in stile classico mediterraneo, con le stanze ampie, ben arredate e perfino del tuo colore preferito. Sembrava costruito apposta per te, nato da un tuo sogno.
Ti ho fatto una bella sorpresa per la cena il primo giorno. Siamo andati a mangiare al ristorante di pesce in quell'isolotto dietro la scogliera e sapendo che non amavi la folla, l'ho prenotato tutto; solo per noi due. Abbiamo cenato sul mare.
Nei tuoi occhi azzurri leggevo "Ti amo".
Ma da quando abbiamo fatto pace, quel riflesso di amore che avevano i tuoi occhi è scomparso. Non ricordo nemmeno perché avessimo litigato; era successo qualcosa qui in camera ed ero furioso, ma l'importante è che alla fine hai smesso di urlare ed arrabbiarti e siamo riusciti a ritrovare la nostra intimità. Abbiamo anche fatto l'amore e questo – sono sicuro – vuol dire che abbiamo fatto pace. Non negarlo.
Sei stata in silenzio per tutta la notte e speravo che oggi saresti tornata la solita, ma è tutto il giorno che stai nel letto e che non proferisci parola. Almeno girati. Guarda, il sole sta per toccare il mare. Questa stanza era la tua preferita perché potevi vedere il tramonto da qui.
Lo sai, non ho più molto tempo. Sono stato capace di tenerli fuori dalla stanza per tutto il giorno, ma questa notte mi verranno a prendere. Dimmi qualcosa; ti prego dimmi ancora "Ti amo". Parlami un'ultima volta e concedimi la redenzione dal mio errore; ma so… so che non puoi più perdonarmi.
Eccoli, sono arrivati. Ormai è tardi.
Ti saluto, ma ti prometto che ci rivedremo. Qui per l'omicidio c'è la pena di morte, quindi aspettami.
Torneremo assieme.

domenica 5 dicembre 2010

Malamente

Realizzazione del fumetto

Personaggio ideato da Christian Ragazzoni
Disegnato da Sarah Floris
Testo di ... Norman Vauxhall

Buona lettura.











lunedì 29 novembre 2010

Progetto: Malamente

Stralcio di Norman Vauxhall

Prima di arrivare alla notizia, spiego cos'è Malamente.
Da più di un anno sono iscritto a DeviantArt e durante questa esperienza ho avuto modo di incontrare un po' di personaggi particolari. Uno di questi, all'anagrafe Christian Ragazzoni, mi colpì particolarmente proprio con con questo progetto, chiamato Malamente. In poche parole: le pagine di diario di un serial-killer.
Era in cerca di scrittori, ma soprattutto disegnatori, volenterosi a supportarlo nel suo progetto con un fine di auto pubblicazione (sempre se qualcuno non fosse interessato altrimenti).
Aveva messo in mostra alcuni pezzi già disgnati e altri testi in attesa di disegnatori. Nonostante l'apparente sovrabbondanza di scrittori pronti ad aiutarlo, sembra che davvero in pochi si siano poi messi a scrivere. Ecco a voi uno di quei pochi.
Con il 5 Ottobre 2010 ho visto un mio sogno realizzarsi. La prima pagina di fumetto basata sul mio testo magistralmente inchiostrata da Sarah Floris.
Pochi giorni fa l'ultima pagina, la sesta, del mio stralcio di Malamente è stata pubblicata sempre su DeviantArt. Come tutte le altre pagine.
Se siete curiosi, potete prendere visione tramite DeviantArt del mini fumetto in questione (a causa del contenuto maturo c'è un filtro per i minorenni e non saranno visibili alcune - se non tutte - le pagine ai non iscritti. Come sempre l'iscrizione è gratuita). In caso contrario sto chiedendo l'OK per procedere con la pubblicazione delle pagine anche qui in Cresezia.

Per ora i link.
Pagina 1
Pagina 2
Pagina 3
Pagina 4
Pagina 5
Pagina 6

Sull'altro fronte Versus sta procedendo pian piano.
Nel frattempo, armatevi di pazienza o godetevi Malamente.

Buona lettura.

venerdì 8 ottobre 2010

Un gatto di nome Caronte

Versus - Intro

Il riverbero dello sparo si sciolse nell’aria e Caronte ne uscì illeso. Il colpo l’aveva mancato.
Era l’istante per il quale valeva la pena vivere: la conferma che anche quella sera aveva sconfitto la morte. Rapido come lo scatto di un atleta al suono della pistola, il piacere allo stato puro gli si riversò nelle vene, intorpidendolo nell’estasi per pochi interminabili secondi. Poi l’emozione cominciò a scemare, toccava a lui. Si girò e puntò la sua arma contro Svetnik.
Il suo avversario aveva chiuso gli occhi e stava aspettando il colpo con apparente serenità, onorando il suo soprannome. Santo, in sloveno.
Caronte esplose l’unico colpo a disposizione, centrandolo al torace. Svetnik lasciò cadere l’arma scarica a terra e portò la mano destra alla ferita mentre si sedeva a terra, poggiando le spalle sulle pareti del vicolo. Il cemento cominciò a tingersi col suo sangue. L’altro ripose la pistola nella fondina sotto la giacca e cominciò ad avvicinarsi all’uomo a terra.
Per definizione erano avversari, ma non riusciva considerarli tali. Facevano tutti parte di una sventura che ci si infliggeva nella libertà di scelta. Per lui quelli erano compagni e l’uomo a terra di fronte a lui era un altro che sé ne andava; un altro che aveva scelto quella strada come tanti altri e ora lasciava proprio a quegli altri l’onere di continuare da soli il loro contratto. Era un finale inevitabile che non amava; non provava piacere in quell’esito, solo rimpianto. Quello che non riusciva a capire era come ogni avversario sconfitto mostrasse sempre la stessa espressione: colpevolezza. Di cosa, lo sapevano solo loro.
Adesso gli toccava aspettare. Per quanto sembrasse una cosa molto semplice, attendere la morte dell’altro giocatore era una straziante ma necessaria precauzione per evitare una possibile situazione molto più imbarazzante nei giorni successivi. Non tutti erano capaci di reggere quella pressione emotiva (qualcuno segnava il punto e scappava via come un ladro) ma chi riusciva ad affrontarla, la fronteggiava con vari espedienti per affievolirne il sapore amaro. C’era chi, pur odiando il fumo, si accendeva una sigaretta dopo l’altra; chi li guardava da lontano, cercando di nascondersi agli occhi della vittima; chi doveva distogliere lo sguardo e controllare solo di tanto in tanto mentre ascoltava musica con gli auricolari a tutto volume. Caronte si sedeva accanto alle vittime, tenendogli una mano tra le sue. In questo era unico.
«Caronte ah? Zdaj razumem zakaj» commentò con un filo di voce lo sloveno.
Caronte gli rispose sorridendo e stringendogli la mano ancora più forte; l’altro aveva capito il perché del suo nickname. Come il personaggio dal quale aveva preso in prestito il nome, accompagnava le vittime dall’altra parte. Morire era un epilogo già abbastanza triste ed essere anche abbandonati era una beffa, quindi non li lasciava da soli al loro destino. Così facendo sperava che il suo assassino si sarebbe comportato allo stesso modo con lui – perché sapeva che prima o poi sarebbe arrivato il suo turno.
Aver firmato quel contratto equivaleva ad una morte sicura, era solo una questione di tempo. Nessuno poteva sapere quando sarebbe successo, ma la statistica parlava chiaro; prima o poi sarebbe accaduto. Durante le partite, la sua mente gli sbatteva davanti agli occhi una curiosa realtà. Era vivo e morto allo stesso momento. Lui non era altro che un gatto di Schrödinger dentro la scatola che ad ogni colpo sparato si apriva per mostrare al mondo se anche quella sera sarebbe sopravvissuto al contratto. Per questo l’inconfondibile suono sordo della pistola faceva scattare dai blocchi di partenza il piacere.
La presa di Svetnik stava diventando più morbida di secondo in secondo. Trascinò lo sguardo un’ultima volta sul viso di Caronte.
«Andrà tutto bene» gli sussurrò in risposta a quel gesto.
Lo sloveno tornò a guardare di fronte a se e lasciò andare la testa contro la parete dietro di lui, sospirando per l’ultima volta. La presa si ammorbidì definitivamente.
Caronte lasciò andare la mano del suo compagno e si allungò per recuperare la pistola scarica che giaceva a terra a mezzo metro da lui, portò il manico accanto a quella della sua e attese che il piccolo led rosso lampeggiasse tre volte in segno di conferma.
Si rialzò da terra e salutò il corpo senza vita dell’altro giocatore con la sua solita frase «Addio e grazie». Lasciò il vicolo per tornare a casa, portandosi dietro due sole certezze: insonnia e vomito. Due compagni che non l’avevano mai tradito nel fine partita, lasciandolo sveglio fino al mattino seguente e facendogli vomitare anche l’anima nell’attesa – giusto per dargli qualcosa da fare.
Un ultimo pensiero si fece strada appena terminata la previsione per il resto della serata “Per fortuna domani è domenica”.

martedì 17 agosto 2010

Exit

Test

Seduto sopra la tazza del gabinetto chiusa, si dondolava avanti e indietro con fare autistico.
“C’è sempre una via d’uscita … c’e sempre una via d’uscita …”
Ripeteva a se stesso quella frase da un quarto d’ora; era diventata una litania alla quale stava cominciando a credere.
Era in mutande e canottiera; aveva freddo e teneva accoccolata al petto la vecchia Colt 1911. La stringeva da talmente tanto tempo che, da gelida che era, aveva raggiunto la temperatura del corpo. L’estremità della canna era lucida della sua saliva. Il colpo era in canna già da cinque minuti buoni, ma non aveva ancora trovato il coraggio di premere il grilletto. Si era sempre fermato al passo precedente.
Chiuse gli occhi, racimolò gli ultimi frammenti di forza d’animo che gli erano rimasti e si portò di nuovo la pistola in bocca. La schiaffò bella in profondità che quasi gli stimolò un conato di vomito, per poi estrarla e poggiare la canna nel centro della fronte.
La litania continuava a correre nella sua testa mentre era in attesa dell’ultimo fremito di coraggio per chiudere in bellezza la serata.
Eccolo.
Uno sparo e poi buio. Agognato riposo. Pace.

Aprì gli occhi appena riprese coscienza. Era ancora seduto sulla tazza e per un istante pensò che tutto fosse stato un sogno, ma non era così. Aveva sparato.
La pistola era ancora in mano e goccioline di sangue e frammenti del suo cranio erano sparsi in giro per il bagno. Era solo svenuto per lo shock, anche se la cosa non collimava con quel casino sparso sulle piastrelle. Si alzò per puntare lo specchio che gli confermò quanto sospettato. Il foro gli divideva in due la fronte.
Incredulo, portò la pistola alla tempia per terminare quel crudele scherzo del destino e chiuse gli occhi.
Un colpo.
Un altro.
Un altro ancora.
Li riaprì, fissando allo specchio i quattro fori gli percorrevano il cranio e constatando, incazzato, quello strano attaccamento alla vita.
“ALLORA?! – urlò – COSA CAZZO DEVO FARE PER AVERE UN PO’ DI PACE?!”
A quanto pare quella non era la via d’uscita che sperava.

sabato 31 luglio 2010

Accadde una notte

Test

Di notte non mi sveglio mai senza un motivo.
Erano le tre di notte quando mi ritrovai con gli occhi spalancati nel buio. Sarebbe dovuta essere uguale a tutte le altre notti nelle quali mi svegliavo per bere o per correre in bagno in preda ad un bisogno fisiologico qualsiasi; invece no, ero sdraiato tranquillo sotto il lenzuolo in una calda notte d'estate con una domanda che mi girava in testa: cosa stava succedendo?
Provai ad analizzare la situazione in modo razionale e cominciai a credere che la teoria della sete fosse la più logica. Avevo passato la sera con qualche amico a rimpinzarmi presso il ristorante giapponese qui vicino ed il fatto di essermi svegliato per la sete era l'ipotesi più probabile.
Decisi di alzarmi e andare in cucina portandomi dietro una bottiglietta di plastica vuota per farmi una scorta per dopo, in caso di necessità. Raggiunsi la cucina lasciando che fossero le luci esterne a guidarmi; mi sarebbe dispiaciuto accendere le luci per così poco e non volevo rischiare di svegliare qualcun altro a casa.
La porta finestra che dava sul giardino interno era aperta permettendo a quel caratteristico odore, aspro e forte, di riempire la cucina. Sul momento non me ne accorsi; lo percepii solo quando il gatto si precipitò tra le mie gambe con il pelo gonfio, salutandomi con un miagolio sommesso. Lo accarezzai per rassicurarlo mentre cercai di capire dove avevo già sentito quella puzza. Mi diressi verso il giardino interno, colmo di un silenzio innaturale.
Appena uscito i miei occhi incrociarono lo squarcio nel terreno che si apriva nel centro del verde; in contemporanea il mio cervello ricordò dove avesse già sentito quell'odore di sangue e zolfo.
Due demoni, emissari dell'inferno, erano in piedi accanto alla voragine, fissandomi con aria seria.
Il più grosso fece un passo verso di me e prese fiato "Senti, ha ricominciato" disse indicando il buco mentre cercava di accennare un sorriso amichevole " Non è che potresti ancora …"
Sbuffai e gli diedi le spalle mentre rientravo in casa per andare a prendere l'attrezzatura. Lo sapevo – pensai – di notte non mi sveglio mai senza un motivo.