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domenica 30 settembre 2012

Memoria labile

Debriefing sul Zenithum

L'uomo continuava a guardarmi con diffidenza, aspettando una risposta che non sapevo dargli. Era seduto davanti a me, dall'altra parte della scrivania, nella sala interrogatori. Sopra il ripiano del tavolo c'era un dossier chiuso e un portacenere dove riposava una sigaretta accesa. Gli estrattori d'aria della stanza facevano quello che potevano, ma la puzza di sigaretta sembrava non volersene andare. Sbuffò e riprese a parlare.
«Lei stava camminando.», rispose per me, «Si rende conto di quello che implica?»
Non lo ricordavo. Dopo l'incidente non c'era nulla fino a quando “ripresi coscienza” nel trasporta truppe blindato. Quel dettaglio mi colse di sorpresa. Rabbrividii immaginandomi la scena.
«Cristo... davvero mi avete trovato a camminare come se nulla fosse in mezzo alla zona 4?»
«Sì.»
Riflettei un po', poi scossi la testa, «Impossibile.»
«Lo pensiamo anche noi.»
L'uomo prese la sigaretta e tirò una lunga boccata, fissandomi. Poi, finita, la schiacciò nel posacenere ed esalò con calma.
«Cosa si ricorda?»
Fissai un punto impreciso del tavolo e cominciai a raccontare quello che ricordavo.

Ore 13.44. L'ex cava Postir era completamente deserta. Vista dal satellite ricordava una scheggiatura bianca tra il Carso e l'Isonzo. La fitta vegetazione verde tutta attorno la rendeva un silenzioso paradiso bucolico. Era silenziosa anche prima del disastro di Trieste ‒ era in disuso da qualche decennio ‒ ma adesso lo era in un modo inquietante: chiunque sia stato nella zona ha provato quella sensazione sulla sua pelle.
In cima all'angolo sud-ovest della cava, solo un attento osservatore sarebbe stato capace di accorgersi che in mezzo alla vegetazione un piccolo blindato da esplorazione VBL dell'ONU era fermo, a motore spento. La difficoltà nell'individuarlo stava nella mimetica: era stato dipinto con una colorazione boschiva invece della classica pittura bianca con le scritte nere.
Al suo interno due soldati stavano monitorando la cava. Uno stava guardandosi attorno con un visore termografico, l'altro aveva un normale binocolo con telemetro incorporato.
«Nessuna forma di vita rilevata, però vedo un falso positivo.»
«Dove?»
«Dall'altra parte della cava, sulla cima di quella parete. Direzione 055.»
Il tenente puntò in quella direzione con il binocolo, senza vedere niente. C'era solo vegetazione e roccia.
Sospirò. «Che forma ha?»
«Aveva... sembrava solo una macchia informe», il sergente mise via il visore.
«Va bene, la segno sul registro e rimaniamo in attes—»
«Cinghiale 1, qui papa aquila. Rapporto sulla situazione, passo.», al suono della radio entrambi sobbalzarono.
«Cristo!», esclamò il sergente, «Non avevano chiesto il silenzio radio?»
«Che cazzo dirti, li hai mai visti organizzati?»
Il sergente ci pensò un po'.
«No.», rispose.
«E allora...»
«Rispondiamo?»
Il tenente cominciò a fissare la radio pensando. Passarono una decina di secondi, poi gli rispose.
«Non trasmetterò niente. Gli ordini erano chiari: “Entrati nella zona di alienazione 4 silenzio radio fino a fine missione.” Come trasmettiamo qualcosa da qua dentro, tempo cinque minuti, arriva qualcuno e saltiamo per aria. Manteniamo un profilo basso e non ci sarà da preoccuparsi.»
«Quindi?»
«Quindi niente. Stiamo buoni e torniamo ad aspettare.»
Tutti e due ripresero ad osservare la cava con i rispettivi strumenti.
«Cinghiale 1, qui papa aquila. Rapporto sulla situazione, passo.»
«I nomi in codice però sono quelli giusti.», appuntò il sergente, abbassando il visore e guardando il tenente.
«Potrebbe essere una trappola. Non trasmettiamo niente, punto e basta. Torna ad esaminare la cava.», fece una lunga pausa e poi riprese a parlare, «E poi la sicurezza in sede è un colabrodo, non mi fido.»

L'uomo mi interruppe.
«A che punto era il sole?»
«In quel momento non saprei, le ombre erano troppo lunghe. L'eliogoniometro non era stato ancora acceso.»
«Si ricorda qualche lettura dello strumento? L'avrete acceso almeno una volta.»
Chiusi gli occhi cercando di far riaffiorare nella mente l'immagine del display.
«Mi faccia pensare...»

Ore 14.03.
«Com'è messo il sole?»
Il tenente fece scattare un interruttore sul tetto e un display a 7 segmenti vicino ad esso si animò, illuminando tutti i segmenti in un '+88,88°'. Fuori dal veicolo, all'interno della sfera scura fissata sul tetto, i meccanismi del fotorilevatore e dell'eliogoniometro cominciarono a ronzare per metterlo in asse con il disco solare. Finita la calibrazione, il display restituì il dato richiesto: '+78,44°'.
Il tenente sbuffò, «Cazzo, si è abbassato un po'.»
«Merda.»
Il tenente richiuse l'interruttore e lo strumento si spense, mentre il sergente sprofondava nel sedile che stava cominciando a diventare troppo scomodo.
«Alla fine hanno capito come mai fa questo scherzo?»
«Ah... non ci stanno capendo un cazzo di quello che accade in questo posto, figurati capire perché il sole non segue più una traiettoria logica.», il tenente riprese il binocolo e tornò a guardare la cava, «Ho sentito delle voci che parlano di un'ipotetica “lente d'aria” che fluttua sopra la zona e che ci fa vedere il sole in una posizione diversa dal resto del mondo. Però... sai com'è.»
Il sergente annuì e guardò l'orologio, «Rientriamo?»
«Dagli tempo, vedrai che risalirà.»
«Voglio dire, siamo qui da quasi un'ora oltre il tempo previsto dalla missione, comincio a pensare che oggi non raggiungerà lo zenith.»
«Dagli ancora un po' di tempo.»
Il sergente sbuffò seccato e il tenente non prese bene la reazione. Lo guardò con aria truce.
«Senti un po', ti sei offerto come volontario o no?»
Il sergente prese il visore termografico e tornò a guardare fuori senza ammetterlo.
Poi il tenente riprese la parola, «E la missione prevede di tornare a casa almeno con una foto del reperto Zenithium—»
«Se esiste.», lo interruppe il sergente riabbassando il visore.
«SÌ, SE ESISTE! Ma di certo la missione non è solo quella di superare il tempo previsto per intascarsi gli straordinari e non risolvere niente. Finché il sole resta attorno allo zenith non ci muov—»
«Cinghiale 1, qui papa aquila. Rapporto sulla situazione, passo.»
«Cazzo... ancora.», sospirò il tenente.
«Quelli ci vogliono far tornare.»
«No... sarà qualcuno che ci vuole localizzare. Torniamo a concentrarci sulla cava e vediamo se il reperto farà la cortesia di farsi vedere prima che il sole di raggiunga i 90° spaccati. Magari non ti sarà sembrato, ma anche io voglio andarmene da questo inferno il prima possibile.»

«Davvero non avevate risposto per questo?», mi chiese l'uomo mentre estraeva dalla tasca un pacchetto di sigarette con scritte e bollino italiano. Doveva essere arrivato da pochissimo: qui tutti andavano in giro con le sigarette slovene. Non che fossero più buone, ma costavano meno.
Lo guardai stranito, la domanda aveva una risposta ovvia. Per me.
«Non avete trovato il VBL?»
L'uomo aprì il dossier e cominciò a scartare un po' di fogli fino a quando non estrasse una fotografia che spinse dalla mia parte del tavolo. «Eccolo. Un ricognitore terrestre l'ha trovato nella cava e ha scattato una foto.»
La osservai, «Ah, allora non l'avete visto.», conclusi.
L'uomo mi guardò con l'accendino tra le dita e la sigaretta in bocca; con un cenno della mano mi esortò a continuare.

Ore 14.21. Il tenente spense l'eliogoniometro.
«Però... siamo sulla buona strada. Ottantadue gradi in rapida salita. Tieni gli occhi incollati alla cava, vediamo se comincia a farsi visibile.»
«Prendo la termo?»
Il tenente ci pensò un po', «Sì, controlla con la termo.»
Il sergente accese il visore, «Oh merda. Dentro la cava. Abbiamo... sei, sette forse otto falsi positivi. Vedi nulla?»
«Negativo, zero.»
«Cinghiale 1, qui papa aquila. Rapporto sulla situazione. Possibile 401 in vostra zona. Passo.»
I due raggelarono sul posto.
«Occristo, no...», il tenente prese il mano la trasmittente della radio e aprì la comunicazione, «Papa aquila, qui cinghiale 1. Siamo alla postazione delta. Possibile contatto con l'obiettivo in pochi minuti. Chiediamo dettagli sul 401 per valutare se rientrare. Passo.»
«Cinghiale 1, finalmente. Stavamo perdendo la speranza. I guardiani indicano attività anomale in forte aumento nei quadranti 510590, 510589, 511590...», la radio si ammutolì in rumore bianco.
«Papa aquila, mi ricevete? Papa aquila? Passo.»
Passarono una decina di secondi e la radio si attivò nuovamente.
«Cinghiale 1, rimanete pure della vostra posizione.», ma la voce non era la stessa ascoltata in precedenza.
I due si guardarono negli occhi confusi; ebbero giusto il tempo di mettere assieme le idee ed esclamarono in coro, «CAZZO!»
Il tenente accese il motore e fece scattare il blindato lungo la discesa, a fianco del costone di roccia della cava; un istante dopo un'esplosione colpì il terreno sotto di loro. Il veicolo scivolò di lato, cominciando a precipitare sul fondo della cava. Dentro la cabina non ebbero il tempo di capire bene cosa fosse successo.
Dopo qualche secondo il veicolo si fracassò a terra.

«Mi sta prendendo in giro?»
«Secondo me, se tornaste alla posizione delta, trovereste dei solchi compatibili con una carica cava anticarro; probabilmente un RPG7.», finita la frase, mi fermai a guardare l'uomo che stava finendo l'ennesima sigaretta.
«Tutto qui?»
Aprii le mani, con i palmi rivolti verso l'alto, «Sarà stato lo shock. Che vi posso dire, la memoria comincia a tornare da quando mi sono trovato dentro al blindato che mi ha riportato qui.» L'uomo spense la sigaretta.
«Si rende conto che la sua versione ha una lacuna non indifferente?»
«Certo.»
«Non sto parlando del tempo trascorso, ma della plausibilità.»
Mi accigliai, «Mi faccia capire meglio.»
«L'abbiamo trovata che camminava ‒ quasi come se stesse facendo una passeggiata ‒ lungo la statale 56 nel mezzo dell'insediamento di Villanova.»
Ripensai alla situazione e rabbrividii di nuovo. Non sapendo che dire, feci spallucce.
«Chiunque sarebbe morto o scomparso facendosi a piedi un tratto simile e finché non riusciremo ad avere un quadro chiaro di quanto è successo, sarà difficile rimandarla in libertà.»
«Ecco...»
«Sì?»
«Non so... non riesco a... ho un'immagine in testa, ma non riesco a distinguere se sia successo veramente oppure no.»
«Allora la prenderò con le pinze, non si preoccupi.»
«Ricordo ‒ almeno credo di ricordare ‒ di aver strisciato fuori dal veicolo, una porta aveva ceduto, e— insomma guardo in avanti. Vedo gli alberi e, più vicino, il traliccio della cisterna poco distante e...», mi fermai pensieroso.
«Cosa ha visto?»
«Le ombre a terra, sembravano... volersi nascondere. Erano piccole; il sole doveva essere allo zenith e ho visto, qualcosa... ma non riesco a focalizzarlo... lo sentivo... nel senso che lo percepivo dentro di me, ma... non riuscivo a capire cosa fosse.», mi fermai, spossato da quella memoria.
«Quante volte ha avuto modo di vedere materia anomala?»
«Mai.»
«Capisco.»
«C'è altro?», chiesi preoccupato.
«Direi che per oggi siamo arrivati ad un primo punto.», l'uomo si alzò dalla sedia, si girò verso lo specchio facendo un cenno con la mano, «La lascio andare a mangiare e a riposare. Ci rivedremo domani per approfondire questa parte.»
«Le posso chiedere...», portai alla bocca l'indice ed il medio della mano destra, mimando il gesto di una boccata.
L'uomo sorrise e mi lanciò una sigaretta dal pacchetto che stava riponendo in una tasca della giacca, per poi lasciare la stanza. Una guardia entrò dalla porta per accompagnarmi alla mensa e poi a una piccola cella, abbastanza confortevole.
Mi buttai sulla brandina per riflettere un po', ero molto stanco e chiusi gli occhi.
La visione tornò prepotente nella mia testa.

Un uomo striscia fuori dal blindato, non sa quanto tempo è passato dall'impatto sul fondo della cava a quel momento. Quello che monopolizza la sua attenzione è qualcosa che non riesce a definirlo con precisione. Sembra un cristallo, o più precisamente un essere di cristallo, trasparente e giallo. Sente qualcosa alle sue spalle e si gira: vede i suoi aggressori contorcersi, urlare per il calore ed in fine accendersi in fiamme e morire auto-combusti.
Non sa come, ma crede che quell'essere lo stia fissando. Non parla, ma trasmette qualcosa. Lui lo sente, ed è una sensazione molto, molto precisa. “Non ci sarà una seconda volta per te. Vattene, io non esisto.”

Riaprii gli occhi di colpo e mi misi a sedere, infastidito per la continua ricorrenza di quella scena. Dovevo trovare un modo per rilassarmi e riposare, quindi decisi di tirare fuori la sigaretta. La fissai. “Cosa mi farebbero se sapessero tutto quanto?”, pensai mentre cominciai a concentrarmi sulla punta, “Non credo che potrò raccontarlo a nessuno. Non se voglio sopravvivere o uscire di qui.”
Alla fine di quel pensiero la punta della sigaretta cominciò a fumare leggermente per poi accendersi da sola. Mi guardai attorno di scatto perché non avevo controllato se c'erano telecamere nella stanza: nemmeno una.
Mi lasciai cadere sulla brandina e la fumai con calma ad occhi chiusi. Finita, gettai il mozzicone spento lontano e cercai di addormentarmi.

martedì 31 luglio 2012

FACTSHEET - MATERIA ANOMALA

Dossier 1/X

LA ZONA DI ALIENAZIONE
L'epicentro della Zona di Alienazione (ZdA) è il sincrotrone di Trieste.
La ZdA ha un perimetro circolare con un raggio medio di 50km ed è suddivisa in 4 settori.
  1. Anello esterno di sicurezza: è il perimetro esterno dell’area. Un cerchio militarizzato per evitare le infiltrazioni dei varcatori (o crosser) o la fuoriuscita non regolamentata di materia anomala. Ci sono tre gate di ingresso per l’area 2, uno per ogni nazione privata di una parte di territorio nazionale (Italia, Slovenia, Croazia).
  2. Corona di contenimento: è una corona circolare di terreno ampia 5km sotto la giurisdizione dell'ONU (attraverso l'UNOAMA). Alcune delle costruzioni presenti sono state modificate ed usate dall'UNOAMA per lo studio in loco della materia anomala. Alcune società governative e private possono ottenere permessi temporanei per lo studio autonomo della materia all'interno di questa corona, sempre sotto la stretta sorveglianza dell'UNOAMA.
  3. Anello interno: è un semplice bordo che delimita la fine della zona 2, definita sicura, e l'inizio della zona 4.
  4. Zona di alienazione: è un cerchio di circa 45km di raggio dentro al quale c'è una contaminazione di materia anomala.

LA MATERIA ANOMALA
La materia anomala è materia proveniente da un universo differente dal nostro che quindi segue regole fisiche differenti dal modello standard. Per queste sue proprietà è il materiale di più alto valore sul pianeta.
La materia è arrivata sul pianeta per via di un incidente avvenuto al sincrotrone di Trieste. Si suppone che la materia anomala sia una quantità finita.
Come per gli elementi del nostro universo, elencati nella tavola degli elementi, si hanno prove che la materia anomala presente sul nostro pianeta abbia differenti pesi atomici e comportamenti.
È già stato portato all'attenzione della scienza internazionale un isotopo di materia anomala che sembra essere capace di far decadere in tempi brevissimi eventuali scorie radioattive. Ulteriori test sono all'ordine del giorno.

L'INCIDENTE
Il 29 marzo del 20XX il sincrotrone di Trieste ha fatto degli esperimenti sulla scie delle nuove scoperte fisiche dell'LHC di Ginevra. Questo esperimento ha provocato l'incidente che ha fatto scomparire il cuore del sincrotrone, lasciando una semisfera vuota nel suo centro (come se avessero scavato un enorme pallina di gelato) e spargendo nei chilometri adiacenti al sincrotrone la materia anomala. Ci sono testimonianze che dicono di aver udito un'esplosione, altri che le esplosioni siano state in realtà due molto ravvicinate.

UNOAMA
(United Nations Office for Anomalous Matter Affairs)
Ufficio delle nazione unite per gli affari della materia anomala.
Il compito dell'ufficio è quello di analizzare e gestire l'emergenza della materia anomala per evitare che possa nuocere.
L'ufficio è sotto il controllo del segretariato delle nazioni unite.
Ci sono tre figure chiave che si distribuiscono il potere esecutivo all'interno dell'ufficio.
Responsabile del personale e attrezzatura militare.
Lui dirige le uniche forze armate legali di TUTTA la ZdA. Sotto la sua responsabilità ci sono tutti i veicoli ed il personale militare. Data la delicatezza dal punto di vista sociale dell'area, è stato scelto un personaggio incline al NON spreco del personale. Piuttosto si sacrifica il materiale. Il suo obiettivo è quello di coordinare le protezione per i gruppi scientifici dentro la ZdA e l'intercettazione ed eventuale mediazione con personale illegale dentro la ZdA. Nota: un morto tra i soldati dell'ONU fa notizia, un morto tra gli interni no.
Responsabile del personale civile e le ricerche.
Sotto la sua responsabilità ci sono tutti i non militari che operano nella corona di contenimento per conto dell'ONU e imposta le direttive per le ricerche sul materiale anomalo. A lui devono fare riferimento tutti i responsabili dei privati o delle agenzie governative che operano dentro la zona. Il suo obiettivo è quello di catalogare la materia anomala e capirne l'interazione con la materia standard.
Direttore tecnico.
Il suo interesse è che la materia anomala non proliferi sui canali illegali e che il bilancio della zona non dreni troppe risorse all'ONU. Gestisce anche le operazioni di coordinazione con le polizie nazionali per crosser in uscita. Il suo obiettivo è cercare una fonte di sostentamento autonoma per finanziare l'UNOAMA tramite le scoperte e le applicazioni della materia anomala e la riduzione della proliferazione illegale della materia anomala. Nota: Più fondi a disposizione vuol dire miglior equipaggiamento di ricerca e militare, che vuol dire più materia anomala, che vuol dire più fondi e così via.

PERSONALE ILLEGALE
L'UNOAMA ha classificato tre tipologie di persone che operano illegalmente attorno alla ZdA:
  1. Esterni: non mettono mai piede nella zona. Spesso sono i mandanti, sono dei ricettatori o anche agenti governativi interessati ad analizzare la materia al di fuori della supervisione della UNOAMA. Difficili da prendere se non si trovano dei varcatori disposti a parlare.
  2. Interni: persone che vivono la gran parte del tempo dentro la zona. Ci sono diverse categorie, le tipologie più diffuse sono gli esploratori e i commercianti. I primi hanno una certa confidenza con le anomalie della zona 4 e spesso organizzano spedizioni nelle zone più interne e pericolose della ZdA per recuperare materia anomala. Gli altri sono persone che vivono sulle risorse degli esploratori fornendo vitto, alloggio, armi e cure mediche. Spesso un interno è un autoctono che non ha voluto lasciare la sua terra di origine.
  3. Crosser: o varcatori, sono i personaggi a più alta specializzazione della zona perché hanno il compito più difficile: sono coloro che mettono illegalmente in contatto la ZdA con l'esterno.
    Operano secondo uno schema assodato. Per entrare è facile; devono solo correre il più velocemente possibile oltre la zona 2 dato che le forze dell'UNOAMA non possono superare la zona 3 senza permessi. Per uscire le cose sono molto più complicate, perché se venissero rilevati a varcare la zona 1, poi si troverebbero in territorio nazionale (italiano, sloveno o croato) dove l'UNOAMA collabora con le polizie nazionali e perseguiti fino alla cattura o tracciarlo fino alla scoperta di un eventuale esterno.
Non è escluso che ci siano personaggi che non rientrano all'interno delle categorie stabilite, ma la catalogazione è avvenuta analizzando le attività e indagando sui vari varcatori bloccati ed interrogati.

mercoledì 31 agosto 2011

Inarrestabile

Materia arancione

Con quella corsa, io e Jennes stavamo infrangendo ogni record sulla tratta Centrale Purificazione Acque – Ospedale, qualcosa degno di essere menzionato negli annali dell'area di alienazione gialla; se mai fosse esistito. A passo di marcia, e con le dovute precauzioni durante il tragitto, quel pezzo di strada si prendeva un'ora e mezza per essere percorso; noi ‒ carichi come muli di reperti gialli e con un inarrestabile di almeno 90 chili su di una barella improvvisata per l'occasione ‒ stavamo arrivando a destinazione in meno di cinquanta minuti dalla partenza.
Ormai procedevamo all'unisono, perfettamente sincronizzati. Destro, sinistro, destro, sinistro, e oltre i nostri passi sull'erba cresciuta troppo a fianco della strada, l'unico altro suono era il fiato che correva dentro e fuori i polmoni bruciandoceli. La vista dell'ospedale provocò in entrambi un enorme sollievo psicologico, ma poco servì per il corpo; il diaframma e le braccia rimanevano in fiamme e l'adrenalina era già esaurita da tempo.
Quella struttura striminzita la chiamavano tutti l'ospedale, ma non sapevo quanto potesse esserlo stato realmente prima del disastro; fin dalla prima volta mi era sembrato troppo piccolo. Ignoravo quante altre strutture del genere si potevano trovare nel mezzo della campagna della Moravia meridionale, ma era molto più che sufficiente per l'allestimento di un laboratorio clandestino dentro l'Area. Per il 'direttore' del laboratorio, il Dott. Grishenko, era un vero lusso quel angolo sperduto. Se solo avesse avuto anche i circuiti del gas funzionanti e la corrente elettrica sarebbe stato perfetto. Per il primo problema non si poteva ancora fare molto, quanto per il secondo, si accontentavano di un grosso gruppo elettrogeno a gasolio delle dimensioni di un container da 20 piedi nel seminterrato che occupava il posto dell'ambulanza.
Entrammo di corsa dal doppio portone spalancato, superando sia i banchi delle accettazioni sfondati che il disordine delle panchine d’attesa rovesciate alla rinfusa per l’atrio, per dirigerci al piano interrato dove c’era la sala preoperatoria. Eravamo certi che Grishenko ci stava aspettando lì.
Cominciammo a scendere per le scale d’emergenza. Le braccia avevano provato a convincermi di mollare quel carico antropomorfo da quasi un quintale già una decina di minuti fa, ma nonostante tutto ero riuscito a resistere fino alla fine. Il bruciore era tale che mi sembrava di averle perse in battaglia. Sapere che eravamo arrivati non aiutava molto. A metà dell'ultima rampa il mio corpo diede atto ad un gesto di protesta facendomi mancare un gradino. Finii con battere il culo su un gradino mentre Jennes ‒ continuando la discesa ‒ oltre a schiacciarmi il corpo della bestia contro, mi cadde addosso. Il fracasso e le imprecazioni avvisarono il medico del nostro arrivo. Aprì la porta che dava sulla tromba delle scale che avevamo già riassettato il carico sulla barella.
«Oh, finalmente!», esordì tradendo impazienza.
«Ah certo!» il fiatone rompeva la voce con cadenza regolare «Scusaci… se non siamo… arrivati puntuali… con questo bastardo… da cento chili… sulle spalle!»
«Avrei voluto… vedere te» incalzò Jennes «Piuttosto… dove lo molliamo?»
«Là, su quel lettino.», ci indicò un letto mobile dietro di lui.
Lasciammo il bastardo con gran sollievo per le braccia di entrambi. Non le sentivo più.
«Adesso spiegatemi per filo e per segno tutto quello che è successo. Dove lo avete trovato, cosa faceva e come lo avete ucciso. Già non capita di frequente di uccidere uno di questi cosi e tornare indietro per raccontarlo, figurati portarselo dietro per farlo esaminare.»
Mi sedetti a terra ansimando seguito a ruota da Jennes «Facciamo… una bella cosa… tu ci dai… una bottiglia di acqua… potabile… a testa… e ti raccontiamo… tutto»
«Horosho, se volete ci sono delle sedie nella stanza qui vicino»
Rivolsi uno sguardo interrogativo a Jennes che scosse la testa rifiutando «Stiamo bene qui… per ora»
Grishenko fece spallucce «Vi porto dell’acqua. Riposatevi».
Tornò dopo un minuto con una sedia pieghevole e due grosse bottiglie d'acqua di plastica. Ce ne lanciò una a testa, aprì la sedia, si sedette sopra e rimase li a guardarci aspettando che cominciassimo a parlare su cosa fosse accaduto. Cercai di prendere la bottiglia al volo, ma le braccia si stavano rifiutando di collaborare. Fermai la sua corsa con la faccia, accompagnando il goffo gesto ad un gemito. Jennes non fu da meno. Con grande fatica prosciugammo quelle bottiglie d'acqua tiepida, interrompendo di tanto in tanto le sorsate per ansimare dell'aria e riposare le braccia tremanti.
Feci frullare in aria l'indice per far capire a Grishenko di darci altro tempo; lui annuì e si alzo andando ad esaminare il cadavere. Mentre continuavamo a boccheggiare cominciò a dare un occhiata ai fori di proiettile uno per uno. L'inarrestabile doveva aver ricevuto almeno una cinquantina di proiettili prima di crollare a terra e il dottore ce ne avrebbe messo di tempo per verificarli tutti a quel modo. D'un tratto strabuzzò gli occhi, portò le dita su un foro cercando di slargarlo, per poi distaccarsi di colpo e spingere il lettino dentro una sala. Grishenko svanì dietro la porta senza fiatare.
Chiusi gli occhi e lasciai cadere la testa all'indietro sulla parete cercando di recuperare un po' di forze per il futuro 'terzo grado' che ci avrebbe fatto il dottore dopo l'esame del corpo.
Probabilmente sarei stato anche capace di addormentarmi subito ‒ lo sforzo era stato enorme e l'assenza di adrenalina cominciava a sentirsi ‒ se non fosse stato per l'urlo terrificante che arrivò dalla sala nella quale si era infilato Grishenko. Jennes e io ci guardammo senza capire il perché. La risposta arrivo un istante dopo, quando la caratteristica voce dell'inarrestabile coprì quella del medico.
Cercammo di scattare in piedi, ma il corpo non reagiva agli stimoli. Riuscii a divincolarmi dalle spalliere dello zaino nello stesso istante nel quale Grishenko si precipitò fuori dalla porta. Non pensai nemmeno per un istante di prendere il kalashnikov ‒ sarebbe stato troppo pesante da maneggiare ‒ e pregai le braccia di raggiungere in velocità la CZ75 nella fondina cosciale. L'inarrestabile superò le porte con un balzo mentre stavo ancora armeggiando con la fondina, quando una scarica della mitraglietta Skorpion di Jennes aggiunse ulteriori venti fori a quelli che gli avevamo educatamente fornito alla bestia durante la sparatoria di un'ora fa alla Centrale Purificazione Acque.
L'inarrestabile cadde esanime per la seconda volta.