lunedì 22 febbraio 2010

Punk dossier

Exokaine tale - Part 2

Quello che aspettavamo, per cominciare a vedere il quadro complessivo della situazione da un punto di vista più completo, si manifestò con la morte di Sophie Farmer.
Le autorità aeroportuali ci descrissero gli strani comportamenti antecedenti al coma e all'immediato decesso, e ipotizzammo subito, a causa dei sintomi descritti unici nel suo genere, alla morte per overdose di eptametilexocainammolo; tesi che venne confermata dall'autopsia. Enormi quantità del principio attivo erano presenti nel sangue, ma non si trovava una spiegazione su come queste si trovassero li; non era stata ingerita alcuna capsula gastro resistente, e tutto l'apparato digerente, dall'inizio alla fine, era libero dalla droga – stessa cosa si poteva dire dell'utero; qualche personaggio privo di scrupolo lo usava per contrabbandare ma non era questa la situazione.
Eravamo certi di trovarci di fronte al primo caso di corriere di exocaina, solo che non avevamo ne le prove ne idea di che sistema stessero usando per trafficarla. Contattammo l'aeroporto per richiedere una copia di tutti i nastri interni della sicurezza in modo da seguire Sophie passo passo – dalla discesa dell'aereo fino alla morte nel terminal – mentre, al medico legale che si occupò dell'autopsia, chiedemmo di effettuare una delicata osservazione del corpo della ragazza evidenziandoci ogni cosa, dalle operazioni effettuate in passato alle possibili malattie ereditarie. Quella punkettona dalle creste verdi doveva diventare un libro aperto.
La prima risposta arrivò dal medico. Dall'osservazione emersero una gigantesca quantità di dati inutili. La ragazza doveva avere qualche minimo problema d'udito, aveva un taglio sulla lingua, segni di percosse di diversi giorni prima sul torace, un accenno di artrite alle mani, braccia che sembravano non aver mai visto aghi e una gamba che non sembrava avessero incontrato altro, la stessa era di pochi millimetri più corta dell'altra, un operazione al ginocchio e intensa attività sessuale prima della morte (con diversi partner). Nulla di utile al fine delle indagini che, per un triste destino, fu anche la stessa risposta che demmo al nostro capo dipartimento quando ci chiese cosa trovammo sui nastri dell'aeroporto.
Anche le registrazioni erano completamente inutili. Sophie mostrava il suo fisico da modella mancata dal primo fotogramma all'ultimo senza mai uscire dai raggi di azione delle telecamere a circuito chiuso dell'aeroporto di Heathrow. Non c'era nemmeno un istante di assenza dove potevamo fantasticare su cosa avesse fatto; era tutto registrato. Usciva dall'Airbus con lo zaino sulle spalle, rinchiusa nel ritmo del suo iPod girava per i free shop scorrendo con lo sguardo gli scaffali carichi di tavolette di cioccolato alla ricerca di chissà quale varietà, saltava giù da un muretto dopo esserci rimasta seduta per un quarto d'ora a leggere una rivista di osé, passò qualche minuto fissando gli schermi luminosi di un telegiornale della BBC e cominciò a camminare lungo un corridoio quando di colpo si arrestò. Da quell'istante in poi sembrava essere sotto effetto della droga. Si portò le mani sul volto e sembrò lanciare un grido (non c'era audio) che la piegò a metà sul posto; cominciò ad indietreggiare e a poggiarsi sul muro distante un metro alla sua sinistra. Cominciò a barcollare verso avanti, camminando lentamente verso una meta conosciuta solo a lei; dopo una decina di passi si sedette su una panchina poco distante dove si sedette e assaporò l'ultimo piacere della sua vita prima del coma. I paramedici arrivarono un paio di minuti dopo e cercarono di rianimarla; la portarono in infermeria dove non poterono fare altro che constatarne il decesso.
A meno di tre mesi dopo l'irrisolvibile grattacapo che mi stava facendo perdere il sonno (sentivamo che la soluzione era a portata di mano, ma non eravamo in grado di comprendere cosa ci stava sfuggendo), le autorità di vigilanza dell'aeroporto di Heathrow ci contattarono per un nuovo decesso che sembrava implicare lo spaccio dell'eptametilexocainammolo.

venerdì 19 febbraio 2010

Exocaine

Exokaine tale - Part 1

I primi contatti con la exocaina avvennero durante un festino privato. Al contrario di oggi, all'epoca non esisteva ancora un reparto dedicato della narcotici per questa droga, quindi fu la polizia ad essere contattata dall'ambulanza che stava andando a prendere un ragazzo in overdose. La telefonata al pronto soccorso che aveva mosso le acque era stata fatta da uno sprovveduto, in quanto non aveva idea che sarebbe arrivata la narcotici a schedare ed interrogare tutti i presenti.
Come raggiungemmo il luogo dove era avvenuta la consumazione, ci rendemmo conto che avevamo pochissimo tempo per agire, in quanto il lussuoso appartamento nel quartiere “bene” di Notting Hills era stipato di ricchi figli di papà con cricche di amici al seguito, tutti bianchi come cenci e con in mano i cellulari con i quali stavano chiamando gli studi legali dei genitori, nella speranza che un avvocato arrivasse di volata per portarli via e nello stesso tempo depistare la stampa, poco gradita in un momento così delicato.
Cominciammo a fare delle domande riguardo il ragazzo che era stato portato via ed un muro di omertà comparve a frenare ogni nostro tentativo. Tutto ad un tratto il poveretto – che dall'ospedale ci comunicavano fosse morto durante il viaggio in ambulanza – sembrava diventato un appestato, additato da tutti come il pusher imbucato alla festa che aveva portato la droga senza che nessuno l'avesse chiesto – nonostante sembrasse palese il fatto che tutti avessero provato l'exocaina. Per il resto non sembrava avessero molta voglia di parlare senza un legale affianco.
Passammo a prendere in rassegna i nomi, a fotografare tutto, a raccogliere prove e a fare i tamponi antidroga. Di quest'ultima operazione non fummo capaci di raccogliere più di quattro campioni in quanto i primi legali spuntarono fuori e cominciarono a gridare all'abuso di potere, alle donazioni che erano state fatte al dipartimento, alle quintalate di scartoffie burocratiche sotto alla quale ci avrebbero seppellito e via dicendo. Non insistemmo oltre anche perché, avevamo tutto il necessario per capire le dinamiche della faccenda e ci eravamo resi conto di non essere a conoscenza del tipo sostanza consumata; cosa che rese i tamponi inutili. Tutti gli spocchiosi ragazzini se ne andarono accompagnati dai legali lasciandoci l'appartamento preso in affitto a nostra disposizione e non ci volle molto per trovare la droga che era stata nascosta alla bene-meglio per tutto l'appartamento. La demmo in mano al nostro laboratorio per avere un bel identikit della novità.
Dopo qualche giorno ci arrivarono le notizie sperate; emerse che la polvere di colore zafferano era un principio attivo mai visto in precedenza – poi scoprimmo che era chiamato eptametilexocainammolo, da qui il nome exocaina – e gli effetti sono riassumibili in questi tre: rilascio dei ricettori del piacere, potenziamento della vista notturna e allucinazione visiva. Niente di strano, ma se andassimo a descrivere in pratica cosa succede al consumatore vi assicuro che c'è da ricredersi in quanto crede di farsi la più bella scopata della sua vita con il partner dei suoi sogni. Allo stesso tempo Chi l'assumeva mostrava dopo un minuto dall'assunzione occhi dall'iride arrossata, capillari oculari gonfi e pulsanti e le pupille innaturalmente dilatate.
Come tutti quelli trovati nell'appartamento di Notting Hill, il campione consegnato per l'analisi era puro e a quanto pare i ragazzini la tagliavano sul momento. Il poveretto morto in ospedale sotto falso nome, per evitare che i facoltosi genitori avessero qualche ripercussione davanti all'opinione pubblica, non fu capace di regolarsi con la dose.
Per intervenire dovevamo conoscere i canali di smercio della droga, quindi facemmo partire i nostri informatori e agenti sotto copertura per cominciare ad indagare su chi era l'organizzazione dietro l'exocaina, chi la preparava, chi la smerciava, chi erano i clienti, quanto costava e dov'era diffusa. Il risultato: sembrava che non esistesse. Aveva una diffusione molto ridotta – quasi on demand – e raggiungeva il consumatore in tempi brevissimi, una purezza costante al 100% ed un prezzo fuori da ogni grazia. Gli unici che si potevano permettere questo sballo semi sintetico sembravano essere i figli di una ricca borghesia, come confermava per quel caso e tutti gli altri a venire.
Ci mettemmo in contatto con tutte le forze di vigilanza di porti, aeroporti e confine per avvisare della nuova minaccia da prendere in considerazione, ma a quanto pare, al contrario dei continui casi di morte per overdose, nessun corriere sembrava in circolazione.
In questo periodo, a sole diverse settimane dal primo episodio, ci trovammo fra le mani l'incredibile caso di Sophie Farmer, unanimemente soprannominato Punk Dossier e rimasto irrisolto fino all'incidente di oggi.

martedì 26 gennaio 2010

Commenti a caldo su Multwins.

Personal comment

Vorrei condividere con voi due cose riguardo al racconto appena giunto al termine.

La prima. La storia inizialmente era destinata ad un corto e come tale, aveva degli espedienti completamente diversi per spiegare parecchie cose della trama in cui qui ho inciampato parecchio. Il corto era puntato su una sorpresa finale e su un discorso ambiguo con un bellissimo sottofondo musicale di Beethoven "Chiaro di Luna". Qui ovviamene ho dovuto trovare altri espedienti.

La seconda cosa, comunque legata alla questione della migrazione da corto a racconto, riguarda il fatto che ho dovuto improvvisare un ampliamento di trama.
Trovo che non sia stato brillante come avrei voluto, ma prometto che il prossimo racconto sarà studiato in modo più accurato.

Ho due temi in testa, vedremo chi avrà la meglio.
Dopotutto, uno è armato di pistola, l'altro no, solo di un carillon.

Buona lettura.

The final test - End

Multwins - Part 5 Last

Senza rendersene conto, aveva ucciso il soggetto iniziale – quello che aveva dato il via a tutta quell'incredibile storia. La stessa persona, invaso chissà da quale triste convinzione, annotò tutto il necessario allo svolgimento di quell'attività di “pulizia” nelle prime pagine del libro che si portava appresso.
Proprio nelle prime righe scriveva “Io ho cominciato tutto questo, ma non sono certo che sarò io a terminarlo. Probabilmente non lo merito dopo tutto quello che ho fatto. Tu che hai fra le mani queste parole, siediti e leggi attentamente. Se sei arrivato a questo punto, vuol dire che io sono morto, e tu, mio “clone”, stai per prendere il mio posto”.
Nel libro raccontava di come, i suoi esperimenti visionari sulla fisica delle stringhe lo portarono a scoprire e a toccare il multiverso, composto da quarantadue universi paralleli, contaminandolo involontariamente con la sua presenza. Non credeva fosse una cosa grave fino a quando non si rese anche conto che in nessun universo parallelo esisteva la stessa persona; da qui l'esperimento effettuato sulle cavie da laboratorio.
Il risultato fu scioccante. La cavia che contaminava il multiverso, moriva quarantadue volte più velocemente di una cavia gemella, a meno che non si uccidevano le altre copie per riportare le anime indietro.
L'asterisco, che correlava la parola anima, indicava a fondo pagina che si trattava solo di un termine confidenziale per indicare qualcosa di molto più complicato e scientifico, e che non si trattava agli effetti della parte spirituale della persona. Per Angelo, che non era lo scienziato visionario che aveva fatto la scoperta, quelle strane sagome umanoidi e luccicanti che comparivano stampate sulla pellicola della speciale serie 600 Polaroid che si portava dietro erano davvero anime. Qualsiasi cosa avrebbero provato a raccontargli.
Angelo aveva paura che non fosse l'unico che stesse perpetrando quell'obbiettivo di pulizia. Non sarebbe stato capace di sopravvivere ad una sorpresa come quelle che lui serbava agli altri cloni. Era stato parecchio fortunato quella sera, e così non lo sarebbe mai più stato.
Smise infine di fissare assente il medicinale mentre ripensava al passato.
Armato di tutto punto si diresse verso il letto e, dopo essersi cambiato e aver indossato una semplice tuta, ci si sdraiò sopra.
Tirò su la manica sinistra quasi fino alla spalla. Con velocità e senza pensarci, riuscì a stringere forte il laccio emostatico con l'aiuto dei denti. Oramai l'aveva fatto parecchie volte.
Doveva essere veloce. La prima volta che assunse l'Orezemina, si iniettò l'anestetico con quasi un minuto di ritardo e la cosa gli costò parecchio. Sia mentalmente che fisicamente.
Anche se non prendessimo in considerazione la sensazione di milioni di aghi che affondavano con la violenza di una coltellata, ciascuno su ogni millimetro quadrato della pelle, contemporanea all'impressione che delle delle mani artigliate stessero facendo a pezzi il suo torace velocità, il suono delle sue urla, distorte dal cambio di piano, e quello che furono capaci di vedere i suoi occhi in quegli istanti, furono la cosa più terrorizzante.
Non voleva riprovarlo. Piuttosto avrebbe accettato la morte, con sollievo.
Si guardò il braccio destro. Sembrava un drogato. Le traccie di tutte le iniezioni di Propofol erano ancora li, belle in vista. Non sarebbe più stato capace di vestirsi in maniche corte in pubblico per il resto della vita.
Strinse il pugno a ripetizione per una dozzina di volte bloccava la capsula di Orezemina tra i denti e preparava la siringa sulla vena.
Quando era il braccio assunse una colorazione quasi scarlatta, inserì l'ago nella pelle, alla ricerca di un pezzo di vena sana. Tirò leggermente lo stantuffo della siringa per vedere se aveva preso correttamente la mira. Il mischiarsi rapido del sangue con l'anestetico gli diede la conferma che stava cercando.
Inghiottì la pillola e premette lo stantuffo. Terminata la lenta corsa del pistoncino che sembrava infinita, estrasse la siringa con rapidità e scagliò a terra. Prese il cerotto pronto sul comodino e lo sbatté sulla ferita. Respirò a bocca aperta a fondo un paio di volte in piena velocità mentre sentiva i battiti del cuore che stavano cominciando a salire vorticosamente.
Sfilò il laccio emostatico con furia e attese.
Come una fiamma che risale piano, il Propofol bruciò la sua lucidità un centimetro alla volta, facendolo sprofondare in un sonno senza sogni, ancora una volta.

lunedì 25 gennaio 2010

The final test - Part 1

Multwins - Part 4

La visione del suo appartamento dove l'attendeva la terribile procedura, lo riportò alla cruda realtà in un colpo solo. Rapido e violento. Tutto quello di cui si era dimenticato, guardando il paesaggio e distraendosi con la musica, era di nuovo un peso che gli gravava sulle spalle, e ad ogni volta questo diventava sempre più pesante.
Il rumore della porta di casa che si chiudeva dietro di lui e che sarebbe dovuto essere sinonimo di un gradevole ritorno, veniva da lui sempre più associata al rumore di una cella carceraria.
Si recò in bagno. Lasciò il borsone per terra ed estrasse il libro. Adesso, accanto alla foto scattata la mattina, poteva affiancare quella scattata mezz'ora prima. Fissava l'istantanea con le lacrime agli occhi. Continuava a non crederci, ma questa “realtà” doveva avere ragione in qualche modo a lui incomprensibile.
Dove non c'era assolutamente niente di più che un muro per un occhio umano, la foto era stata capace di catturare l'essenza di ciò che cercava e cacciava con così tanta paura.
L'anima.
Un altra, intrappolata contro la sua volontà e nella totale incredulità dell'evento, nel libro che si era ritrovato costretto a riempire per paura. Era arrivato solo a metà e non sapeva se sarebbe stato capace di riempire tutte e quarantadue le facciate.
Ripensò a quel momento, in cui si trovò lui, faccia a faccia con l'assassino. Era stata una notte difficile, tra incubi, indigestione e alcool. Era in una condizione pietosa ed era tutt'altro che lucido; incapace di rendersi conto se i conati di vomito, le corse al bagno, i quattro Muppet giganteschi che lo picchiavano senza tregua fossero sogni o realtà. A ripensarci adesso era quasi certo che i quattro pupazzi capitanati da un assatanato Kermit fossero un sogno, ma in quel momento non era sicuro di niente. Anche quando un seccatore armato di Walter PPK silenziata gli bussò alla porta per assassinarlo, non fu capace di distinguere la realtà dal sogno. Carico di rabbia per le percosse dei Muppet, sfruttò l'occasione per spaccare il naso al tizio, disarmarlo e sparagli un paio di colpi addosso. Non fece la faccia idiota di tutti gli altri. Non in quel momento per lo meno. Quel volto idiota comparve la mattina dopo, quando capì che quel corpo a terra non era un sogno.
Trascinò dentro il corpo e il borsone che si portava appresso, e cominciò a perquisirlo.
Ci volle qualche ora perché la situazione gli fosse chiara e nonostante tutto continuava a non credere a ciò che si trovava di fronte.
Non voleva ripensare a tutto quello che accadde, avrebbe peggiorato la sua già flebile motivazione. Girò pagina e poggiò il libro sul lavello del bagno. I fogli erano bianchi e candidi.
Alzò la tavoletta per una veloce pisciata. Verde. Di nuovo. Gli effetti collaterali del Propofol cominciavano ad essere troppo presenti. Doveva rallentare il ritmo, non aveva intenzione di lasciarci le penne per quello dopo tutta quella fatica.
Scosse la testa e si girò verso il borsone. Prese: Orezemina, Propofol e un laccio emostatico. Guardò la confezione dell'Orezemina. Doveva solo ingerire una di quelle pillole. “Una sciocchezza” mormorò fra sé e sé, mentre gli tornarono in mente le parole del libro.
“L'Orezemina, se assunta da sola, provoca una morte certa e dolorosa. L'unico modo per sopravvivere e godere dell'effetto finale, è superare il momento cruciale con l'aiuto di un anestetico. A causa dei problemi di dipendenza dati dai barbiturici, la mia scelta è ricaduta sulle nuovissime benzodiazepine. Molto più tollerabili dall'organismo. L'iniezione di anestetico deve essere fatta contemporaneamente con l'assunzione del farmaco transitivo”.
Si era premunito di tutto. Le dosi dovevano essere state quarantadue per ogni medicinale. Ma quando toccò a lui, erano rimaste solo trentatré.
Tornò a pensare al giorno nel quale cominciò questa sua nuova esistenza. All'errore di aver fatto passare solo un minuto dall'assunzione dell'Orazemina e l'iniezione dell'anestetico - era quasi morto dal dolore; al fatto di aver dovuto cercare quell'anima con diverse ore di ritardo rispetto ai 4 minuti canonici necessari per farla uscire dal corpo; al momento in cui realizzo che il cadavere che giaceva sul pianerottolo di casa prima, e nel suo soggiorno poi, quell'uomo che gli stava per puntare la pistola addosso, e che lo avrebbe ucciso se solo avesse potuto, non era altro che sé stesso.

giovedì 14 gennaio 2010

Say "cheese"

Multwins - Part 3

La vittima rimase imbambolata a fissare la pistola puntata contro il suo viso, mentre lasciava la presa dalla porta.
Angelo sparò due colpi a sangue freddo, indifferente di fronte al risultato ottenuto.
Raccolse il borsone da terra ed entrò nell'appartamento, chiudendosi la porta alle spalle. Superato il corpo che giaceva esanime a terra, lanciò il borsone sul divano e prese la colazione abbandonata sul tavolo. Non aveva ancora mangiato e aveva fame.
Appena si sedette sul divano, gli venne in mente la piccola sveglia che aspettava quieta tra i suoi effetti personali. La estrasse dalla borsa accanto a lui e impostò il timer a quattro minuti.
Spense la televisione e per dedicarsi ai quei favolosi biscotti – i suoi preferiti – ma il ticchettio della sveglia non gli diede tregua. Lo scandire ritmico di quei quattro minuti, erano la seconda più grande sfida che doveva affrontare regolarmente. Quel flebile suono ripetitivo era capace di far riaffiorare pensieri che credeva di aver seppellito sufficientemente in profondità ma che regolarmente riuscivano a scavarsi una strada nella sua mente, tornando ad assaltare la sua già debole convinzione in ciò che stava attuando.
Scosse la testa, seccato e lasciò perdere la colazione. Non ce la faceva; lo stomaco era ormai chiuso e la fame, che giustamente gli aveva ricordato di essere a digiuno, scomparve.
Prese dal borsone la seconda polaroid. Questo particolare modello della serie 600, oltre ad una strana modifica sulla lente dell'ottica, era fornito di un tipo di pellicola unica nel suo genere – capace di catturare qualcosa di impercettibile per l'occhio umano.
Angelo cercò di sfruttare proficuamente i minuti rimanenti riposandosi sul divano. Rilassò i muscoli della schiena, allungò le gambe e chiuse gli occhi. La cosa avrebbe anche funzionato bene se non fosse stato per il debole rumore metallico emesso dalla sveglia. Ogni scatto, scandito con diligenza da quella piccola trappola di ottone, non faceva altro che aumentare la tensione in lui. Sentiva il suo respiro diventare sempre più presente e rumoroso; il suo battito cardiaco aumentava la frequenza e tornava a battergli in testa; la sudorazione fredda ricominciava, accompagnata da brividi lungo la colonna vertebrale.
Passati tre minuti di febbrile lotta con se stesso, il suono della sveglia fu – alle sue orecchie – una soave melodia di liberazione. Scattò in piedi e si girò verso il cadavere, inquadrò l'area sopra di esso come se la vittima fosse stata in posizione eretta, e scattò la foto.
L'istantanea fece subito capolino dai meccanismi della macchina. La prese in mano e attese, questa volta con impazienza, il risultato. Alla sua vista, sospirò profondamente.
Finito il lavoro, chiuse la porta dietro di lui. La foto era stata scattata e aveva preso quello che doveva portare via. Un nuovo triste tassello di una collezione che non avrebbe mai voluto avere in custodia.
Nell'uscire non poté evitare di cadere con l'occhio sul cadavere. Sentiva dentro di se che la sua motivazione quasi mancava, tanto stava logorandosi colpo dopo colpo, cadavere dopo cadavere. Cosa lo stava costringendo a comportarsi così? Il fatto che potesse essere lui il prossimo? Ma come poteva essere sicuro che gli altri avrebbero agito? Dopotutto successe solo una volta.
Gli tornò in mente l'espressione che fece prima di morire. Rifletté “Tutti quanti muoiono con la stessa stupida espressione sul volto. Tutti”. Possibile che avesse fatto anche lui la stessa faccia incredula?
La semplice risposta che cercava, affiorò tra i suoi pensieri mentre camminava verso l'auto.
Paura.
Aveva più paura di fermarsi che di continuare. Questa era l'ultima cosa che lo mandava avanti.
Salì in macchina e partì alla volta del suo appartamento con la mente focalizzata alla terribile sfida, la più impegnativa, che lo aspettava tornato al suo alloggio: la procedura alla quale si sarebbe dovuto sottoporre per l'ennesima volta.
“Goditi questa mezz'ora di pace che ti rimane Angelo”, si disse, mentre guardava il paesaggio cercando un po' di distrazione.

mercoledì 13 gennaio 2010

Modifiche

Personal comment

Intanto, anche se palesemente in ritardo, porgo a tutti i miei auguri di buon Natale e buon anno nuovo.

Ho rivisto il racconto di Angelo (parte 1 - parte 2), che ho intenzione di finire per questa settimana.
Spero che questo nuovo anno mi convinca a perseguire con più fermezza il mio obbiettivo.

Vedremo.

Per il resto,
Buona lettura.

lunedì 7 dicembre 2009

Wake up

Multwins - Part 2

Angelo si svegliò di soprassalto, come tutte le volte che accadeva. Non faceva eccezione nemmeno l'emicrania, anche a questo risveglio si manifestava in tutta la sua forza.
Si abbandonò supino sul letto fissando il soffitto per svariati minuti, terminati i quali, si alzò lentamente dal letto, sollevato dal fatto che quel breve lasso di tempo l'aveva aiutato a smorzare il battere ritmico dell'emicrania.
Uscì dalla stanza per recarsi al bagno con passo stanco e con addosso la solita triste certezza che lo accompagnava oramai da parecchie settimane.
Entrato vide il libro lì dove lo aveva lasciato la sera prima – aperto su una pagina bianca e poggiato sul bordo del lavello. L’uomo, in piedi di fronte ad esso, era piegato in avanti con il volto a pochi centimetri dallo specchio. Da quella posizione poteva osservarsi attentamente, scrutando ogni piega della pelle e dettaglio del volto. I lineamenti leggermente allungati della mascella, la bocca dalle labbra molto sottili, gli occhi chiari e sofferenti di leggero strabismo non sembravano essere cambiati, ma i capelli corti e arruffati che facevano capolino ad una stempiatura appena accennata, erano una novità. Anche la barba, lasciata incolta da diversi giorni non era quasi mai capitata in precedenza.
Si rialzò senza fretta, mentre in lontananza le campane battevano le ore otto del mattino. Fuori dalla finestra la giornata era grigia e triste.
Spostò il libro lasciandolo sempre aperto e lo poggiò sulla tavola del gabinetto. Aprì l'acqua fredda del lavello per sciacquarsi il volto più volte con vigore per poi, non contento, infilare la testa sotto il getto d'acqua e lasciar correre il liquido ghiacciato sulla nuca. Chiuse l'acqua con ancora la testa reclinata sotto il rubinetto e rimase per un po' in quella posizione, come in contemplazione dell'appena ritrovata lucidità.
Allungò il braccio per afferrare l'asciugamano. Se lo portò attorno alla testa strofinandosi con forza fino a quando ogni singola goccia d'acqua, insieme al loro freddo pungere, scomparve, lasciando il posto ad un corroborante sollievo.
Estrasse la prima Polaroid dal borsone che giaceva sul freddo pavimento piastrellato, allungò il braccio che la reggeva verso avanti, e se la puntò contro. Cercò di inquadrarsi al meglio, sfruttando anche il suo riflesso nello specchio. Scattò la foto.
Prese l’istantanea, ancora nera, per poggiarla sulla pagina sinistra del libro mentre sul fondo della stessa annotò con una penna nera: Sabato 13 novembre 1982, variante 21.
Mentre la foto prendeva lentamente forma e colore, dallo stesso borsone scuro, estrasse del nastro adesivo per fissare l'istantanea alla pagina bianca. Completò l'operazione rapidamente, staccando i pezzi con l'aiuto dei denti, per poi rimanere a guardare, con fare assente, l'istantanea diventare sempre più chiara e definita, fino al termine dello sviluppo quando richiuse il libro con vigore facendolo rimbombare nella piccola stanza piastrellata. Lo posò nel borsone e ne controllò il contenuto. La Polaroid normale, la seconda Polaroid modificata, la fondamentale Orezemina, le altrettanto indispensabili siringhe di Propofol, i lacci emostatici, la Walther PPK silenziata, un cambio di abiti, il sacchetto con dentro tutto il necessario per l'igiene personale, la piccola sveglietta e il libro.
Ogni cosa era la suo posto. Fece la verifica meccanicamente, nonostante controllasse il contenuto almeno due volte al giorno. Non avrebbe mosso un passo senza la sicurezza di avere tutto con sé. Si cambiò d'abito e uscì dall'appartamento in affitto – saltando a piè pari la colazione – per dirigersi verso la modesta Lancia Delta che lo aspettava al parcheggio. Aprì il portellone posteriore, per poggiare il borsone nel vano bagagli e, una volta richiuso, si sedette alla guida della milletré.
Guidando con tutta calma, raggiunse il parcheggio dell'appartamento designato in poco meno di mezzora. Prima di prendere in mano il borsone, estrasse la pistola per nasconderla sotto il giubbotto. Così equipaggiato si diresse verso la porta dell'abitazione ricavata da una porzione della villetta bifamiliare.
Di fronte alla porta d'ingresso, lasciò il borsone per terra e suonò il campanello. Guardò l'ora, 9:19. Da dentro una voce fin troppo familiare lo avvisava che sarebbe arrivato subito. Prese la pistola in mano e lasciò scivolare il braccio lungo il fianco, distendendolo.
Era successo troppe volte, non sentiva nemmeno più un pizzico di emozione o di adrenalina. L'unica cosa capace di percepire in quel momento, di fronte a quella situazione, era la totale indifferenza. “Che schifo”, rifletté fra sé e sé.
La porta si aprì.

martedì 1 dicembre 2009

Beyond reality

Multwins - Part 1

Molto spesso capita che durante i sogni, anche i più strani, affrontiamo le situazioni come se fossimo nella “realtà”. Si ha paura di ridicolizzarsi, di fare qualcosa di pericoloso o adrenalinico per paura delle conseguenze che, a tutti gli effetti, non arriverebbero. Le pochissime volte in cui ci si rende conto di essere in un sogno, sono le migliori, in quanto si ha un mondo a completa disposizione.
Angelo era nel suo piccolo e accogliente appartamento – ricavato da una porzione di villetta bifamiliare – dove si godeva il primo di una lunga serie di giorni di ferie meritatamente sudati. Fuori dalla finestra il mese di novembre si mostrava in tutta la sua tristezza, carico di umidità e di nuvole. Dopo un tranquillo risveglio attorno alle nove e dieci, si godeva il calduccio di casa sua di fronte ad un tazzona di caffellatte e biscotti secchi di cui era ghiotto.
Rideva mentre guardava una puntata della sua serie preferita in TV e pensava distrattamente a ciò che avrebbe dovuto fare durante quella giornata.
Il campanello lo interruppe proprio mentre pregustava un ennesimo biscotto. Sbuffando si alzò dal divano poggiando la colazione sul tavolo lì accanto mentre avvisava ad alta voce il seccatore che sarebbe arrivato subito.
Aperta la porta a metà per dare un occhiata a chi fosse lo scocciatore, si congelò appena lo vide in volto. Insieme allo stupore, venne meno la presa sulla porta che cominciò ad aprirsi pian piano.
L’uomo di fronte a lui sollevò la pistola che teneva in mano per puntarla alla fronte di Angelo, incapace di articolare qualsiasi suono degno di nota mentre spalancava la bocca con fare stupito. In quel preciso istante, Angelo capì di essere in un brutto sogno e che presto, dopo il colpo di pistola, si sarebbe svegliato – probabilmente urlando nel letto coperto di sudore. Dopotutto era già successo altre volte e non si preoccupò più del necessario.
Ma nessun risveglio agitato ci fu per lui. Giaceva a terra esanime in una pozza di sangue mentre l’estraneo si faceva spazio in tutta tranquillità dentro casa sua, richiudendo la porta dietro di se per poi prendere la colazione abbandonata sul tavolo e sedersi sul divano.